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ott 02 2015

Week end al cinema: i consigli di Nichelino Città

martina(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino Città” per il week end. “Sopravvissuto – The martian”, di Ridley Scott. Durante la missione “Ares 3” su Marte, una tempesta costringe l’equipaggio a lasciare il pianeta e ad abbandonare il botanico Watney, creduto morto dai compagni.  In realtà, l’uomo è vivo e si ingegna per sopravvivere, nella remota speranza di essere tratto in salvo. Ridley Scott, un grande del cinema di fantascienza e non solo, ambienta in uno scenario desolante una riuscita rappresentazione epica di un’odissea, di terre ignote, di un ritorno a casa. Ben interpretato, curato nei dettagli scientifici, poco enfatico, coinvolgente. “Padre e figli”, di Gabriele Muccino. Pittsburg, anni ’80: uno scrittore cerca di risollevarsi dalla depressione per la perdita della moglie e per prendersi cura della figlia; Pittsburg, oggi: la figlia, ora adulta ma segnata da un’infanzia difficile, fatica a costruirsi una vita affettiva. Su due piani temporali si sviluppa il quarto film americano di Muccino che conferma il suo mestiere, le sue qualità e, senza essere troppo melodrammatico, scruta con sensibilità e sobrietà i territori sele emozioni umane aiutato dalla bravura degli attori. “Sicario”, di Denis Villeneuve. L’Fbi, dopo la scoperta di decine di cadaveri in un’operazione contro il narcotraffico messicano, invia la giovane agente Kate lungo il confine a indagare: sarà un’autentica discesa negli inferi. Notevole film ad alto tasso di azione, di violenza, privo di pietà, intenso ma allo stesso tempo capace di scandagliare gli animi e di denunciare anche l’opportunismo sprezzante degli americani quando si tratta di tenere sotto controllo denaro e vite altrui. Bella fotografia per un affresco di grande impatto e ottimo cast. “La prima luce”, di Vincenzo Marra. L’avvocato Marco, si vede portare via il figlio Mateo dalla moglie sudamericana, Martina, che torna al suo paese, ormai consumata da un matrimonio senza futuro e sussulti. Buon sviluppo narrativo per una vicenda che combina crisi di coppia e silenzi con la nostalgia, lo spaesamento e l’isolamento dell’immigrato. “Arianna”, di Carlo Lavagna. La diciannovenne Arianna, in un estate sul lago di Bolsena, si trova ad affrontare seriamente una questione che si rivelerà complessa: il primo ciclo mestruale che non è ancora giunto e una femminilità ben lontana dal completarsi. Buona e più che apprezzabile opera prima, sostenuta da una sorprendente, giovanissima e sconosciuta ma brava attrice (Ondina Quadri) capace di cogliere con intensità complice i turbamenti e la fisicità della protagonista. “Un mondo fragile”, di Cesar Augusto Acevedo. L’anziano campesino Alfonso torna al paese di origine a causa dei problemi di salute del figlio e cerca di ritrovare i modi e i ritmi rurali e di un tempo ormai lontano. Bell’esordio anche per Acevedo che con lucidità e senza fronzoli indaga sulla tua terra e sul disagio di un popolo. Un film vivo, di grande fisicità e che cerca una luce in quella polvere costante che occupa il film e la vita dei personaggi. “Inside out”, di Peter Docter. L’undicenne Rilye è alle prese con una famiglia quasi perfetta, un trasloco e alcune voci-personaggi.emozioni con cui convive: Gioia, Rabbia, Paura,Tristezza. Grande colpo della Pixar-Walt Disney, con un “cartone” di assoluta qualità adatto anche al pubblico adulto; in grado di commuovere e di offrire ripetuti spunti di riflessioni, E dove con un certo coraggio “controcorrente” viene destinata importanza anche alla tristezza come percorso di formazione e di crescita. “L’attesa”, di Piero Messina. Terra di Sicilia, un funerale, una donna con il fedele inserviente, una giovane francese che arriva e non trova il fidanzato ad accoglierla. Per quale ragione? Primo lungometraggio per Messina che rielabora un testo pirandelliano per farne una bella rappresentazione lontana da taluni manierismi di Sorrentino (di cui Messina è aiuto regista), che si insinua nel territorio della perdita, della mancanza che si espande negli spazi fisici e mentali. “Taxi Teheran”, di Jafar Panahi. In una Teheran caotica, il regista Pahami monta una telecamera nascosta su un taxi di cui è conducente e filma un collage di storie semplici e drammatiche. Orso d’Oro a Berlino, il documentario è stato un escamotage del regista per aggirare le maglie della censura del regime. Il regista è abile nel gestire la realtà quotidiana iraniana, con un tocco lieve, realistico e anche con i tratti della commedia. Ne esce un ritratto notevole, coraggioso e amaro di un paese senza libertà e di tante esistenze devastate dalla disumanità della repressione.

 

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