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lug 17 2015

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

giovani foto(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end. “Giovani si diventa”, di Noah Baumbach. Un coppia di registi quarantenni newyorkesi si risveglia da una certa monotonia quotidiana grazie all’incontro con i giovani Jaime e Darbu, anch’essi registi. Spietata e impietosa analisi sullo scorrere del tempo, il film è anche divertente e puntuale nel disegnare i contrasti generazionali.  “Il nemico invisibile”, di Paul Schrader. Un valido agente della Cia, pensionato perché avviato verso la demenza senile, scopre che un terrorista che lo aveva torturato è ancora vivo. Si mette sulle sue tracce. Film che pur non raggiungendo i livelli a cui Schrader ci aveva abituati mantiene un certo ritmo ma non è esente da alcuni limiti. “Acrid”, di Kiarash Asadizadeh. A Teheran si incrociano i destini di quattro donne,  Soheila, Azar, Simin e Mahsa, costretto a scontarsi con un mondo di maschi in un paese che non vuol cambiare. Notevole opera prima che con delicatezza attraversa le complessa condizione delle donne in Iran. “’71”, di Yann Damange. Nel 1971, un giovane militate viene inviato a Belfast in un momento in cui la tensione cresce e la guerra civile miete vittime. Bella fotografia per un film d’esordio perfettamente riuscito, rigoroso, attento a tratti allucinante e coinvolgente. “Teneramente folle” di Maya Forbes. In pieni anni settanta, Maggie deve gestire due figlie e un marito con forti tendenze depressive. La situazione economica è complessa  e occorre fare delle scelte. Ottimo gruppo di attori per una pellicola a cui non manca pathos,  ironia e di grande tenerezza. Una strepitosa colona sonora contrappunta in modo fortemente evocativo i passaggi emotivi del film. “Ruth & Alex”, di Richard Loncraine. Una coppia sposata da quarant’anni decide di vendere il bell’attico di  Brooklyn. L’andirivieni dei possibili compratori e un rischio bomba nel quartiere scombina la routine consolidata della coppia. Buon film generazionale, in equilibrio tra romantica malinconia e beffarda ironia, il film _ tratto da un romanzo di Jill Clmente  e non esente da influenze checoviane – pone l’accento sul tempo ineluttabile e sulla sicurezza dei gesti quotidiani e sempre uguali a se stessi. Grandi interpreti. “La regola del gioco”, di Michael Cuesta. Gary, un giornalista, tramite una bella fanciulla, risale la catena organizzativa del traffico di droga ma scope che la Cia è coinvolta in modo pesante: i servizi cercano perciò di distruggere la vita dell’uomo. Intensa e elastica  denuncia sulle modalità di esportazione della democrazia utilizzate dagli americani (in questo caso contro i Sandinisti), la pellicola – seppur con qualche inceppamento – mantiene alti ritmo e tensione e rabbia. Ottimo cast.  “Fury”, di David Ayer. Germania, 1945. Il duro sergente Don Collier guida il carro-armato “Fury” e il manipolo dei suoi uomini all’interno del territorio nemico. Buon film dedicato alla II Guerra Mondiale: un genere che, nel corso del tempo, è passato da John Wayne al soldato Ryan. La dimensione claustrofobica all’interno del carro in rapporto con la grande Storia, al di fuori tank – emblema della dialettica  “azione-reazione psicologica” – donano al film una forza espressiva ed estetica non comune. Notevole interpretazione di Brad Pitt. “Le regole del caos”, di Alan Rickman. Sabine diviene giardiniera alla corte di Re Sole in quel di Versailles; la sua visione della natura, dei rapporti umani e dei sentimenti metterà sottosopra la corte. Pellicola di forte impostazione teatrale, ben diretta e sostenuta da una certa originalità nel suo seguire la passione poetica e bohemien della protagonista in contrasto con la convenzioni della nobiltà.  “Youth – La giovinezza”, di Paolo Sorrentino. La coppia di amici ottantenni Fred e Mick, l’uno musicista e l’altro regista, sono in vacanza sulle Alpi. E’ l’occasione per fare considerazioni sull’ineluttabile e impietoso scorrere del tempo. Mantenendo fede alla sua visione estetica, e con un cast stellare, Sorrentino si mostra meno manierista che in “ La grande bellezza” e realizza un bell’affresco sulla memoria, sul flusso della vita con i segreti e le angosce umane. E lo fa con un tocco leggero e, allo stesso tempo, profondo “La famiglia Belier”, di Eric Laetigau. La sedicenne Paula vive in Normandia con la famiglia ed è l’unica dei Belier a non essere sordomuta: è il ponte di collegamento tra i parenti e il mondo esterno; un giorno scopre di possedere un talento incredibile come cantante. Pellicola a basso costo che è diventata un clamoroso successo in Francia. Una piacevole commedia in cui il tema della diversità e dell’identità adolescenziale è affrontato – complice una buona sceneggiatura – con umorismo, esuberanza, qualche lacrima, talune incertezze e tanta musica

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