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giu 26 2015

Week end al cinema: i consigli di Nichelino Città

regola(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end.  “Ruth & Alex”, di Richard Loncraine. Una coppia sposata da quarant’anni decide di vendere il bell’attico di  Brooklyn. L’andirivieni dei possibili compratori e un rischio bomba nel quartiere scombina la routine consolidata della coppia. Buon film generazionale, in equilibrio tra romantica malinconia e beffarda ironia, il film _ tratto da un romanzo di Jill Clmente  e non esente da influenze checoviane – pone l’accento sul tempo ineluttabile e sulla sicurezza dei gesti quotidiani e sempre uguali a se stessi. Grandi interpreti. “Bota Cafè”, di Ires Elezi e Thomas Legoreci. Albania, in prossimità del nulla, vicino a un ex campo di internamento, si erge il Bota Cafè (Caffè del Mondo) e si muovono le esistenze incerte dei protagonisti: il proprietario, la cameriera e la di lui cugina. La costruzione di un’autostrada sconvolge quel piccolo “mondo” lontano da tutto. Il film – dai tempi lenti e inesorabili  e dai bellissimi scenari – racconta con realismo uno spaccato dell’Albania odierna e della disperazione di vite senza sbocco. Amaro ma affascinante.  “Le regole del gioco”, di Michael Cuesta. Gary, un giornalista, tramite una bella fanciulla, risale la catena organizzativa del traffico di droga ma scope che la Cia è coinvolta in modo pesante: i servizi cercano perciò di distruggere la vita dell’uomo. Intensa e elastica  denuncia sulle modalità di esportazione della democrazia utilizzate dagli americani (in questo caso contro i Sandinisti), la pellicola – seppur con qualche inceppamento – mantiene alti ritmo e tensione e rabbia. Ottimo cast. “Fury”, di David Ayer. Germania, 1945. Il duro sergente Don Collier guida il carro-armato “Fury” e il manipolo dei suoi uomini all’interno del territorio nemico. Buon film dedicato alla II Guerra Mondiale: un genere che, nel corso del tempo, è passato da John Wayne al soldato Ryan. La dimensione claustrofobica all’interno del carro in rapporto con la grande Storia, al di fuori tank – emblema della dialettica  “azione-reazione psicologica” – donano al film una forza espressiva ed estetica non comune. Notevole interpretazione di Brad Pitt. “Le regole del caos”, di Alan Rickman. Sabine diviene giardiniera alla corte di Re Sole in quel di Versailles; la sua visione della natura, dei rapporti umani e dei sentimenti metterà sottosopra la corte. Pellicola di forte impostazione teatrale, ben diretta e sostenuta da una certa originalità nel suo seguire la passione poetica e bohemien della protagonista in contrasto con la convenzioni della nobiltà.  “Youth – La giovinezza”, di Paolo Sorrentino. La coppia di amici ottantenni Fred e Mick, l’uno musicista e l’altro regista, sono in vacanza sulle Alpi. E’ l’occasione per fare considerazioni sull’ineluttabile e impietoso scorrere del tempo. Mantenendo fede alla sua visione estetica, e con un cast stellare, Sorrentino si mostra meno manierista che in “ La grande bellezza” e realizza un bell’affresco sulla memoria, sul flusso della vita con i segreti e le angosce umane. E lo fa con un tocco leggero e, allo stesso tempo, profondo.  “La famiglia Belier”, di Eric Laetigau. La sedicenne Paula vive in Normandia con la famiglia ed è l’unica dei Belier a non essere sordomuta: è il ponte di collegamento tra i parenti e il mondo esterno; un giorno scopre di possedere un talento incredibile come cantante. Pellicola a basso costo che è diventata un clamoroso successo in Francia. Una piacevole commedia in cui il tema della diversità e dell’identità adolescenziale è affrontato – complice una buona sceneggiatura – con umorismo, esuberanza, qualche lacrima, talune incertezze e tanta musica.  “Sarà il mio tipo”, di Lucas Belvaux. Clement, insegnante di filosofia e sentimentalmente volubile, viene trasferito da Parigi in piena provincia; in questa sorta di esilio, conosce Jennifer, una bella  parrucchiera entusiasta e spumeggiante. Ma la differenza culturale è troppo ampia. Bella commedia francese  in cui al di là dei luoghi comuni vengono messi in luce due mondi apparentemente vicini (una proletaria e un intellettuale di sinistra) ma in realtà molto lontani, al punto tale che i sentimenti e l’umanità rischiano di soccombere. “Pride”, di Matthew Warchus. Londra, 1984: in un’Inghilterra socialmente massacrata dalla politica economica della signora Tatcher, un gruppo di gay scende in piazza per appoggiare le proteste dei minatori gallesi. Tratto un fatto realmente accaduto ma poco ricordatao, il film possiede tutti gli ingredienti per essere apprezzato: dialoghi da commedia, malintesi, allusioni, sensibilità sociale, desiderio di giustizia e solidarietà. Un insieme scandito dalla capacità di miscelare le  sarabanda in stile “Full Monty” con vaghe atmosfere alla Ken Loach

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