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mar 27 2015

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino città”

lupo foto(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end .  “La famiglia Belier”, di Eric Laetigau. La sedicenne Paula vive in Normandia con la famiglia ed è l’unica dei Belier a non essere sordomuta: è il ponte di collegamento tra i parenti e il mondo esterno; un giorno scopre di possedere un talento incredibile come cantante. Pellicola a basso costo che è diventata un clamoroso successo in Francia. Una piacevole commedia in cui il tema della diversità e dell’identità adolescenziale è affrontato – complice una buona sceneggiatura – con umorismo, esuberanza, qualche lacrima, talune incertezze e tanta musica.  “L’ultimo lupo”, di Jean-Jacuqe Annaud. Nella Cina della rivoluzione culturale, il giovane Chen Zhen viene inviato in Mongolia a educarne le popolazioni nomadi. Si troverà ad affrontare e conoscere una cultura affascinante in cui i lupi hanno un ruolo essenziale. Tratto dal notevole libro autobiografico “Il Totem del lupo” (Jiang Rong), il bravo mestierante Annaud – non nuovo ai tuffi in culture esotiche – realizza una grande favola, rispettando le regole del cinema classico. Tra stupendi paesaggi e momenti di grande poeticità, il lupo diventa il “totem” di una cultura ben lontana dai propositi maoisti, assumendo valenza quasi antropomorfa e accrescendo il mito e il rispetto che gravitano intorno a questo magnifico predatore. “Una nuova amica”, di Francois Ozon. Le vite, intrecciate sin dall’infanzia, di Laura e Claire, entrambe sposate ma legate profondamente. I lutti e la trasformazione del marito di una di loro innescano particolare dinamiche. Film davvero personale e originale, costantemente in bilico tra commedia, melò e suspense. Il “mondo a parte” dei protagonisti è particolare ed è descritto e rappresentato in modo abile, sensibile e ironico. “Latin lover”, di Cristina Comencini. Il decennale della morte di un divo del cinema, diventa l’occasione, di altrettante donne. Notevole commedia, un marchio di fabbrica per la sempre brava Comencini, che si trasforma anche in elogio romantico e appassionato al nostro cinema e ai nostri miti di celluloide. Citazionista da un lato, mentre dall’altro si mostra capace, con il giusto tocco di leggerezza, di cogliere gli umori incerti e le scontrosità del clan di sole donne, talvolta soverchiate dall’ingombrante presenza del loro padre-marito latin-lover. “Foxcatcher”, di Bennet Miller. Il miliardario Du Pont. cerca di mettere in piedi una squadra di lottatori per le Olimpiadi di Seul e coinvolge Mark e suo fratello Dave; ma il ricco finanziatore soffre di una serie di disturbi psicologici e affettivi dovuti a una madre ingombrante. Tra miti sportivi e debolezze umane, il film di Miller, candidato ma non vincitore per molti Oscar, è anche  una realistica quanto drammatica metafora sul potere. Le interpretazioni, la scenografia e la fotografia completano una notevole pellicola in cui risultano tutti amaramente sconfitti. “Blackhat”, di Michael Mann. Per contrastare una serie di attacchi cibernetici, uno dei quali causa un’esplosione nucleare, i federali si vedono costretti a assumere un hacker rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il bravo mestierante Michael Mann realizza un film a tratti imperfetto, ma decisamente carico di azione e permeato da un’ atmosfera di suspence che ben si snoda e cresce tra l’America e la Cina, tra l’occidente e il sud- est asiatico.  “Vizio di forma”, di Paul Thomas Anderson. A Los Angeles, Doc Sportello, hippy strafatto e investigatore privato, viene coinvolto, da una sua ex -amante, in un caso complicato e pericoloso. Intriso dalla atmosfere chandleriane e della relativa icona, Philip Marlowe, il film di Anderson, oltre a essere un notevole noir psichedelico, si spinge in una dimensione più ardita e riflessiva, facendo del protagonista una sorta di cavaliere errante, malinconico e crepuscolare costretto a fare i conti con la fine di un’epoca di sogni. Una sorta di “lungo addio”  struggente e affascinante tra le nebbie e l’oscurità metropolitana. “Maraviglioso Boccaccio”, di Vittorio e Paolo Taviani. La Firenze di metà trecento piegata dalla peste e le vicende di dieci giovani che si rifugiano in una casa. E’ il “Decameron” di Boccaccio”, che i fratelli Taviani affrontano con una chiave di lettura originale e con l’intento di sottolineare le incertezze delle nuove generazioni. Opera capace anche di esplorare con una certa sensibilità le dimensioni del sentimento e di ripercorrere e salvaguardare un patrimonio culturale talvolta dimenticato. Belle le messe in scene delle famose novelle boccaccesche che tanti pruriti hanno sollecitato al nostro cinema autoriale non. “Whishplash”, di Damienne Chazelle. Il giovane musicista Andrew cerca fortuna a New York, come batterista e si affida a un insegnante molto esigente. Opera decisamente riuscita. Uno dei migliori film musicali degli ultimi anni, in grado di sconfinare dalle regole di genere. Notevole esecuzioni jazzistiche, diversi colpi di scena, a tratti umoristico, Appassionata rilettura, con modalità originali, dell’eterna battaglia tra vita e arte, tra creatività e realismo quotidiano. “Selma”,  di Ava DuVernay. A Selma, cittadina dell’Alabama segregazionista del 1965, si fa sempre più forte il grido per i diritti della popolazione afroamericana. Sono anche gli ultimi mesi di vita del reverendo Martin Luther King. A metà tra cronaca documentaria e racconto intimo, il bel film biografico mette a nudo il cuore oscuro, barbaro e mai sopito di una certa America e si dipana con notevole forza seduttiva e coinvolgente. Un’opera che parla alle coscienze senza voler manipolare ma semplicemente raccontando la verità. “Timbuktu”, di Abderrahmhane Sissako. Dalle parti di Timbuktu, città in mano ai fondamentalisti islamici, vive il tuareg Fidane con la famiglia; una sua mucca sconfina e viene uccisa da un pescatore. Candidata all’Oscar come miglior pellicola straniera,  ”Timbuktu” è un’opera rigorosa che narra il dolore e la sofferenza di pacifiche popolazioni costrette a subire l’estremismo religioso. Un bel dramma poetico e amaro, realista e lirico e con una punta di humour. “Birdman”, di Alejandro González Iñárritu. Riggan, star del cinema grazie al ruolo di supereroe,  è in fase di declino cerca un rilancio qualitativo sulle scene teatrali con una piecè di Carver, insieme a un attore emergente ma di pessimo carattere. Grande film di Inarritu, ormai considerato uno dei migliori registi contemporanei (“Amores perros”, “21 grammi”, “Babel”) e notevoli interpretazioni di protagonisti, per un’opera di metacinema, sperimentale e geniale. Fortemente critico e satirico nei confronti dello star-system, montato in maniera mirabolante e imprevedibile.. “Pride”, di Matthew Warchus. Londra, 1984: in un’Inghilterra socialmente massacrata dalla politica economica della signora Tatcher, un gruppo di gay scende in piazza per appoggiare le proteste dei minatori gallesi. Tratto un fatto realmente accaduto ma poco ricordatao, il film possiede tutti gli ingredienti per essere apprezzato: dialoghi da commedia, malintesi, allusioni, sensibilità sociale, desiderio di giustizia e solidarietà. Un insieme scandito dalla capacità di miscelare le  sarabanda in stile “Full Monty” con vaghe atmosfere alla Ken Loach.

 

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