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mar 06 2015

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

(serach fotoAntonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end .  “The search”, di Michel Hazanavicious. Nella Cecenia del l999, invasa dall’esercito russo, un bambino vaga sperduto con il fratellino, dopo aver assistito all’esecuzione dei genitori; un avvocato cerca di proteggere i diritti umani; una volontaria si impegna per i profughi; un recluta dell’Armata Rossa è in terra straniera. Un film appassionato e impegnato in cui pur avvertendosi l’abile  mano del regista (già vincitore di un Oscar con “The Artist”) si individuano alcuni momenti tipicamente da melò bellico e di maniera. Ciò non toglie nulla al valore complessivo della pellicola e alla sua forza denunciante.  “Nessuno si salva da solo”, di Sergio Castellito. Gaetano e Delia, genitori separati, si incontrano per organizzare la vacanze dei figli. Dal risentimento e dalle tensioni iniziali, lentamente si incamminano lungo un  viaggio nella memoria di un sentimento perduto. Tratto dal libro della moglie di Castellino (Margaret Mazzantini), il film attraversa il dolore di una coppia dei tempi moderni: entrambi un po’ depressi, sognatori, incauti, migliori, in fondo, di quel che  può sembrare in apparenza, ma sul punto di essere annientati emozionalmente e della vacua concitazione del terzo millennio. “Vizio di forma”, di Paul Thomas Anderson. A Los Angeles, Doc Sportello, hippy strafatto e investigatore privato, viene coinvolto, da una sua ex -amante, in un caso complicato e pericoloso. Intriso dalla atmosfere chandleriane e della relativa icona, Philip Marlowe, il film di Anderson, oltre a essere un notevole noir psichedelico, si spinge in una dimensione più ardita e riflessiva, facendo del protagonista una sorta di cavaliere errante, malinconico e crepuscolare costretto a fare i conti con la fine di un’epoca di sogni. Una sorta di “lungo addio”  struggente e affascinante tra le nebbie e l’oscurità metropolitana. “Maraviglioso Boccaccio”, di Vittorio e Paolo Taviani. La Firenze di metà trecento piegata dalla peste e le vicende di dieci giovani che si rifugiano in una casa. E’ il “Decameron” di Boccaccio”, che i fratelli Taviani affrontano con una chiave di lettura originale e con l’intento di sottolineare le incertezze delle nuove generazioni. Opera capace anche di esplorare con una certa sensibilità le dimensioni del sentimento e di ripercorrere e salvaguardare un patrimonio culturale talvolta dimenticato. Belle le messe in scene delle famose novelle boccaccesche che tanti pruriti hanno sollecitato al nostro cinema autoriale non. “Il segreto del suo volto”, di Christian Petzold. Siamo nel 1945,  a Berlino, Nelly – sopravvissuta ai lager nazisti e sfigurata in volto – vuole ritrovare il marito. Deve anche sottoporsi a un intervento di ricostruzione plastica e recuperare un’eredità. Film esemplare nel configurare il silenzio dei tedeschi intorno al dramma dei campi di sterminio, completato da atmosfere noir e da un tocco di dolente ironia. Capace di denunciare senza cadere nella retorica. “Whishplash”, di Damienne Chazelle. Il giovane musicista Andrew cerca fortuna a New York, come batterista e si affida a un insegnante molto esigente. Opera decisamente riuscita. Uno dei migliori film musicali degli ultimi anni, in grado di sconfinare dalle regole di genere. Notevole esecuzioni jazzistiche, diversi colpi di scena, a tratti umoristico, Appassionata rilettura, con modalità originali, dell’eterna battaglia tra vita e arte, tra creatività e realismo quotidiano. “Selma”,  di Ava DuVernay. A Selma, cittadina dell’Alabama segregazionista del 1965, si fa sempre più forte il grido per i diritti della popolazione afroamericana. Sono anche gli ultimi mesi di vita del reverendo Martin Luther King. A metà tra cronaca documentaria e racconto intimo, il bel film biografico mette a nudo il cuore oscuro, barbaro e mai sopito di una certa America e si dipana con notevole forza seduttiva e coinvolgente. Un’opera che parla alle coscienze senza voler manipolare ma semplicemente raccontando la verità. “Timbuktu”, di Abderrahmhane Sissako. Dalle parti di Timbuktu, città in mano ai fondamentalisti islamici, vive il tuareg Fidane con la famiglia; una sua mucca sconfina e viene uccisa da un pescatore. Candidata all’Oscar come miglior pellicola straniera,  ”Timbuktu” è un’opera rigorosa che narra il dolore e la sofferenza di pacifiche popolazioni costrette a subire l’estremismo religioso. Un bel dramma poetico e amaro, realista e lirico e con una punta di humour. “Cinquanta sfumature di grigio”, di Sam Taylor-Johnson. Dal best-seller di E. L. James, le vicende erotico-romantiche che si sviluppano tra la studentessa Anastassia Steele e il ricco e dominante Christian Grey. Film destinato al successo di pubblico indipendentemente dalla qualità della pellicola,  esattamente come la nota trilogia editoriale. Al tempo del cybersex, le parole e la fantasia , in questo caso rappresentata filmicamente, sembrano colmare lo spazio del desiderio e della passione incompiuta. Molte stagioni sono trascorse dai tempi di Nabokov e anche de “L’ultimo tango a Parigi”. Fra i due protagonisti, meglio Dakota Johnson, riuscita “lolita” della modernità. “Birdman”, di Alejandro González Iñárritu. Riggan, star del cinema grazie al ruolo di supereroe,  è in fase di declino cerca un rilancio qualitativo sulle scene teatrali con una piecè di Carver, insieme a un attore emergente ma di pessimo carattere. Grande film di Inarritu, ormai considerato uno dei migliori registi contemporanei (“Amores perros”, “21 grammi”, “Babel”) e notevoli interpretazioni di protagonisti, per un’opera di metacinema, sperimentale e geniale. Fortemente critico e satirico nei confronti dello star-system, montato in maniera mirabolante e imprevedibile. “Turner”, di Mike Leigh. La vita matura del pittore J. M. W. Turner, tra slanci creativi, tensioni, infelicità, ombrosità e complessità affettive. Il “pittore della solitudine”, così molti definiscono Turner, viene restituito in questa bella biopic in tutto il suo desiderio istintivo, quasi animalesco, di “vedere” e di ri-creare. La grande interpretazione di Timothy Spall sottolinea il furore di un artista totalmente compenetrato nella complessa e affascinante battaglia umana per la conquista dell’arte. Una sfida vista con ironia e senza eufemismi. “Pride”, di Matthew Warchus. Londra, 1984: in un’Inghilterra socialmente massacrata dalla politica economica della signora Tatcher, un gruppo di gay scende in piazza per appoggiare le proteste dei minatori gallesi. Tratto un fatto realmente accaduto ma poco ricordatao, il film possiede tutti gli ingredienti per essere apprezzato: dialoghi da commedia, malintesi, allusioni, sensibilità sociale, desiderio di giustizia e solidarietà. Un insieme scandito dalla capacità di miscelare le  sarabanda in stile “Full Monty” con vaghe atmosfere alla Ken Loach. “American sniper”, di Clint Eatswood. Ormai da anni, ogni nuovo film di Eastwood suscita grande attesa e anche questa nuova pellicola non smentisce le aspettative. Ancora una storia vera, dopo quella di “Jersey Boys”. Il texano Chris Kyle diviene il cecchino più letale delle forze speciali americane in Iraq (160 “centri” ufficiali). Al termine della missione, ritorna a casa, dalla moglie e i figli. Film lucido, capace di raccontare l’assurdità e l’orrore della guerra senza fronzoli, attraverso il tragitto umano di un soldato, di uomo e non di freddo “eliminatore”. Eastwood conferma la sua visione poetica e dolente, nostalgica e impietosa, romantica e realista, insomma vero cinema. . “La teoria del tutto”, di James Marsh. La vita di Stephen Hawking, geniale e originale scienziato-filosofo, dalla storia d’amore con la studentessa Jane, all’annunciarsi di una brutta malattia degenerativa che – oltre a logorare la mente – destruttura l’ambito famigliare. Bel biopic di Marsh che pur inanellando modalità da dramma sentimentale e senza eccedere nelle complesse e affascinanti teorie filosofiche del protagonista,  riesce a scandagliarne il carisma, l’essenza, l’intimità, le debolezze e la malinconia. Complici di questa riuscita avventura cinematografica, una sceneggiatura equilibrata, un uso accorto e poetico delle inquadrature, una fotografia vagamente impressionista e un contrappunto musicale sempre leggero ma aderente “Still Alice”, di Richard Glatzer e Wash Moreland. Alice, professoressa all’Università di Harward, scopre di essere destinata a un anticipato tramonto della mente a causa di una forma ereditaria di Alzhheimer. La sua vita e quelle dei famigliari vengono rivoluzionate. Tratto del romanzo omonimo di Lisa Genova, la bella pellicola ripercorre i tempi di una deriva e di un lento ma inesorabile distacco dalla realtà cognitiva. Senza patetismo e toni melensi, la coppia di registi immerge lo spettatore in una dimensione delicata e notevolmente dignitosa, tra scampoli di memoria e nebbie della coscienza, tra slanci d’amore e fragilità nervosa. Eccezionale interpretazione di Julianne Moore e intenso contrappunto musicale

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