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feb 13 2015

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino città”

selma foto(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end . “Selma”,  di Ava DuVernay. A Selma, cittadina dell’Alabama segregazionista del 1965, si fa sempre più forte il grido per i diritti della popolazione afroamericana.Sono anche gli ultimi mesi di vita del reverendo Martin Luther King. A metà tra cronaca documentaria e racconto intimo, il bel film biografico mette a nudo il cuore oscuro, barbaro e mai sopito di una certa America e si dipana con notevole forza seduttiva e coinvolgente. Un’opera che parla alle coscienze senza voler manipolare ma semplicemente raccontando la verità  “Timbuktu”, di Abderrahmhane Sissako. Dalle parti di “Timbtktu”, città in mano ai fondamentalisti islamici, vive il tuareg Fidane con la famiglia; una sua mucca sconfina e viene uccisa da un pescatore. Candidata all’Oscar come miglior pellicola straniera,  ”Timbuktu” è un’opera rigorosa che narra il dolore e la sofferenza di pacifiche popolazioni costrette a subire l’estremismo religioso. Un bel dramma poetico e amaro, realista e lirico e con una punta di humour. “Cinquanta sfumature di grigio”, di Sam Taylor-Johnson. Dal best-seller di E. L. James, le vicende erotico-romantiche che si sviluppano tra la studentessa Anastassia Steele e il ricco e il dominante Christian Grey. Film destinato al successo di pubblico indipendentemente dalla qualità della pellicola,  esattamente come la nota trilogia editoriale. Al tempo del cybersex, le parole e la fantasia, in questo caso rappresentata filmicamente, sembrano colmare lo spazio del desiderio e della passione incompiuta. Molte stagioni sono trascorse dai tempi di Nabokov e anche de “L’ultimo tango a Parigi”. Fra i due protagonisti, meglio Dakota Johnson, riuscita “lolita” della modernità. “Birdman”, di Alejandro González Iñárritu. Riggan, star del cinema grazie al ruolo di supereroe,  è in fase di declino e cerca un rilancio qualitativo sulle scene teatrali con una piecè di Carver, insieme a un attore emergente ma di pessimo carattere. Grande film di Inarritu, orami considerato uno dei migliori registi contemporanei (“Amores perros”, “21 grammi”, “Babel”) e notevoli interpretazioni di protagonisti, per un’opera di metacinema, sperimentale e geniale. Fortemente critico e satirico nei confronti dello star-system, montato in maniera mirabolante e imprevedibile. “Turner”, di Mike Leigh. La vita matura del pittore J. M. W. Turner, tra slanci creativi, tensioni, infelicità, ombrosità e complessità affettive. Il “pittore della solitudine”, così molti definiscono Turner, viene restituito in questa bella biopic in tutto il suo desiderio istintivo, quasi animalesco, di “vedere” e di ri-creare. La grande interpretazione di Timothy Spall sottolinea il furore di un artista totalmente compenetrato nella complessa e affascinante battaglia umana per la conquista dell’arte. Una sfida vista con ironia e senza eufemismi. “Italiano medio”, di  Maccio Capatonda. Giulio Verme, fin da  piccolo mostra di non volersi omologare ai modelli televisivi e ai luoghi comuni; impegnandosi  per i valori civici e l’ambiente; ma anche lui ha le sue debolezze. Film d’esordio di Maccio Capatonda (Marcello Macchia) – già protagonista del web e in televisione con le sue frecciate sull’italiano medio – che realizza una riuscita parabola comica, ai limiti del trash sui vizi e i difetti tipici di una certa italianità. Una galleria nella quale siamo tutti coinvolti. “Still Alice”, di Richard Glatzer e Wash Moreland. Alice, professoressa all’Università di Harward, scopre di essere destinata a un anticipato tramonto della mente a causa di una forma ereditaria di Alzhheimer. La sua vita e quelle dei famigliari vengono rivoluzionate. Tratto del romanzo omonimo di Lisa Genova, la bella pellicola ripercorre i tempi di una deriva e di un lento ma inesorabile distacco dalla realtà cognitiva. Senza patetismo e toni melensi, la coppia di registi immerge lo spettatore in una dimensione delicata e notevolmente dignitosa, tra scampoli di memoria e nebbie della coscienza, tra slanci d’amore e fragilità nervosa. Eccezionale interpretazione di Julianne Moore e intenso contrappunto musicale. “Il nome del figlio”, di Francesca Archibugi. Paolo, agente immobiliare amante del scherzo e della battuta, e Simona, aspirante scrittrice, stanno per diventare genitori. Durante una cena con i parenti,  Paolo comunica la scelta del nome per il bambino: Benito. Il gruppo familiare, colto, radical-chic e di sinistra non la prende molto bene e si apre un confronto aspro. Ripreso da “Le prénom”, pièce teatrale francese di enorme successo, il film si snoda nei territori di una commedia da camera ben orchestrata nei dialoghi, pungente, ironica e moderna. I bravi interpreti e la mano delicata della Archibugi – abile, come sempre, nel delineare personaggi incerti ed esposti al mondo – completano la riuscita della pellicola. “La teoria del tutto”, di James Marsh. La vita di Stephen Hawking, geniale e originale scienziato-filosofo, dalla storia d’amore con la studentessa Jane, all’annunciarsi di una brutta malattia degenerativa che – oltre a logorare la mente – destruttura l’ambito famigliare. Bel biopic di Marsh che pur inanellando modalità da dramma sentimentale e senza eccedere nelle complesse e affascinanti teorie filosofiche del protagonista,  riesce a scandagliarne il carisma, l’essenza, l’intimità, le debolezze e la malinconia. Complici di questa riuscita avventura cinematografica, una sceneggiatura equilibrata, un uso accorto e poetico delle inquadrature, una fotografia vagamente impressionista e un contrappunto musicale sempre leggero ma aderente. “American sniper”, di Clint Eatswood. Ormai da anni, ogni nuovo film di Eastwood suscita grande attesa e anche questa nuova pellicola non smentisce le aspettative. Ancora una storia vera, dopo quella di “Jersey Boys”. Il texano Chris Kyle diviene il cecchino più letale delle forze speciali americane in Iraq (160 “centri” ufficiali). Al termine della missione, ritorna a casa, dalla moglie e i figli. Film lucido, capace di raccontare l’assurdità e l’orrore della guerra senza fronzoli, attraverso il tragitto umano di un soldato, di uomo e non di freddo “eliminatore”. Eastwood conferma la sua visione poetica e dolente, nostalgica e impietosa, romantica e realista, insomma vero cinema. . “Pride”, di Matthew Warchus. Londra, 1984: in un’Inghilterra socialmente massacrata dalla politica economica della signora Tatcher, un gruppo di gay scende in piazza per appoggiare le proteste dei minatori gallesi. Tratto un fatto realmente accaduto ma poco ricordatao, il film possiede tutti gli ingredienti per essere apprezzato: dialoghi da commedia, malintesi, allusioni, sensibilità sociale, desiderio di giustizia e solidarietà. Un insieme scandito dalla capacità di miscelare le  sarabanda in stile “Full Monty” con vaghe atmosfere alla Ken Loach.

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