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gen 23 2015

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

still foto(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end . “Still Alice”, di Richard Glatzer e Wash Moreland. Alice, cinquantenne, professoressa all’Università di Harward, scopre di essere destinata a un anticipato tramonto della mente a causa di una forma ereditaria di Alzhheimer. La sua vita e quelle dei famigliari vengono rivoluzionate. Tratto del romanzo omonimo di Lisa Genova, la bella pellicola ripercorre i tempi di una deriva e di un lento ma inesorabile distacco dalla realtà cognitiva. Senza patetismo e toni melensi, la coppia di registi immerge lo spettatore in una dimensione delicata e notevolmente dignitosa, tra scampoli di memoria e nebbie della coscienza, tra slanci d’amore e fragilità nervosa. Eccezionale interpretazione di Julianne Moore e intenso contrappunto musicale. “Il nome del figlio”, di Francesca Archibugi. Paolo, agente immobiliare amante del scherzo e della battuta, e Simona, aspirante scrittrice, stanno per diventare genitori. Durante una cena con i parenti,  Paolo comunica la scelta del nome per il bambino: Benito. Il gruppo familiare, colto, radical-chic e di sinistra non la prende molto bene e si apre un confronto aspro. Ripreso da “Le prénom”, pièce teatrale francese di enorme successo, il film si snoda nei territori di una commedia da camera ben orchestrata nei dialoghi, pungente, ironica e moderna. I bravi interpreti e la mano delicata della Archibugi – abile, come sempre, nel delineare personaggi incerti ed esposti al mondo – completano la riuscita della pellicola. “Exodus”, di Ridley Scott. La leggendaria vicenda biblica di Mosè, bambino salvato alla morte, raccolto sul Nilo e accolto come un figlio dalla famiglia del faraone Seti. Lo scontro con il fratellastro Ramses (futuro faraone), la rivelazione, le piaghe e la fuga dall’Egitto del popolo d’Israele. Una delle più accattivanti, fantastiche e metaforiche vicende dell’Antico Testamento viene riletta da Ridley Scott. E se, da un alto, affiorano le incoerenze storiche (già presenti ne “Il gladiatore”) tipiche della cultura americana che si mostra sempre fallace e approssimativa nel tradurre la storia delle antiche civiltà, dall’altro il kolossal da 145 milioni dollari emerge in tutta la sua bellezza figurativa, nel ritmo e negli effetti. Donando, così, al Mosè scottiano una dimensione da supereroe e restituendo allo spettatore una coinvolgente anima da science-finction, il parente più prossimo del sovrannaturale e del divino. “La teoria del tutto”, di James Marsh. La vita di Stephen Hawking, geniale e originale scienziato-filosofo, dalla storia d’amore con la studentessa Jane, all’annunciarsi di una brutta malattia degenerativa che – oltre a logorare la mente – destruttura l’ambito famigliare. Bel biopic di Marsh che pur inanellando modalità da dramma sentimentale e senza eccedere nelle complesse e affascinanti teorie filosofiche del protagonista,  riesce a scandagliarne il carisma, l’essenza, l’intimità, le debolezze e la malinconia. Complici di questa riuscita avventura cinematografica, una sceneggiatura equilibrata, un uso accorto e poetico delle inquadrature, una fotografia vagamente impressionista e un contrappunto musicale sempre leggero ma aderente. “Hungry hearts”, di Saverio Costanzo. In un ristorante cinese di New York, è amore a prima vista tra l’americano Jude e l’italiana Mina. Si sposano e lei rimane incinta. Ma l’arrivo del figlio apre la breccia delle paranoie alimentari, e non solo, nella mente della donna. Lui fa di tutto per salvare il rapporto e proteggere la salute del bambino. E’ un crescendo che alimenta tensioni. Il mal di vivere e il disagio nutrono da sempre il cinema di Costanzo. E anche in questa bella pellicola sulla consapevolezza della genitorialità, e in particola della paternità, il regista scruta –  con ottimo approccio e tocco lieve – territori complessi e delicati dove dietro la forma intensa dell’amore si disvelano egoismi, carenze e squilibri.  “American sniper”, di Clint Eatswood. Ormai da anni, ogni nuovo film di Eastwood suscita grande attesa e anche questa nuova pellicola non smentisce le aspettative. Ancora una storia vera, dopo quella di “Jersey Boys”. Il texano Chris Kyle diviene il cecchino più letale delle forze speciali americane in Iraq (160 “centri” ufficiali). Al termine della missione, ritorna a casa, dalla moglie e i figli. Film lucido, capace di raccontare l’assurdità e l’orrore della guerra senza fronzoli, attraverso il tragitto umano di un soldato, di uomo e non di freddo “eliminatore”. Eastwood conferma la sua visione poetica e dolente, nostalgica e impietosa, romantica e realista, insomma vero cinema. . “L’amore bugiardo”, di David Fincher. Amy e Nick – coppia newyorkese bella e borghese – lasciano la Grande Mela per ricucire il loro logorato rapporto e ritrovare serenità scegliendo di andare a vivere nelle lande del Missouri. Tra ricordi e tensioni emergono passato, paure e segreti. Commedia quasi esistenzialista che sconfina nel giallo, con l’intento, raggiunto, di scandagliare le nevrosi e facendo emergere una riflessione amara e disillusa sul matrimonio e sulla felicità impossibile. “Magic in the moonlight”, di Woody Allen. Stanley, un ricco uomo d’affari, che è anche prestigiatore, decide di smascherare Sophie, una maga-medium sospettata di circuire una ricca famiglia americana in Costa Azzurra. Ma l’incontro mette in difficoltà le certezze di Stanley che, per quanto prevenuto e accorto, finisce invischiato in una rete magico-sentimentale. E’ sempre un’emozione il cinema di Allen. Talvolta non perfetto ma continuamente capace di ricondurre il mondo delle emozioni in una dimensione sensibile, ironica, disarmante e mai banale. La magia della vita e la sua immanenza sono stata frequentemente affrontate dal regista newyorkese, una delle sue cifre stilistiche. Allen ne esplora, a suo modo, l’intima natura, dove l’imponderabile si accoppia all’aldilà e l’ineluttabile all’illusione. Viviamo in un mondo mistificatorio ma cosa c’è di più bello della magia delle immagini e della speranza che, in fondo, il vero sovrannaturale, nell’esistenza umana, si chiama amore. Note jazz intese contrappuntano la bella pellicola. “Pride”, di Matthew Warchus. Londra, 1984: in un’Inghilterra socialmente massacrata dalla politica economica della signora Tatcher, un gruppo di gay scende in piazza per appoggiare le proteste dei minatori gallesi. Tratto un fatto realmente accaduto ma poco ricordatao, il film possiede tutti gli ingredienti per essere apprezzato: dialoghi da commedia, malintesi, allusioni, sensibilità sociale, desiderio di giustizia e solidarietà. Un insieme scandito dalla capacità di miscelare le  sarabanda in stile “Full Monty” con vaghe atmosfere alla Ken Loach. e. “Mommy”, di Xavier Dolan. Diane, ancora piacente madre single, con difficoltà di autocontrollo, ha un figlio con gravi difficoltà psicologiche e scatti di violenza. Ma la nuova vicina, Kyle, docile e balbuziente, entra nella loro vita. Girato in un formato insolito (4:3) per concentrare il frame su un solo personaggio, il quinto film di Dolan segna la maturità del regista, passando abilmente dai toni leggeri e a toni più drammatici e compassionevoli. Notevole, originale e non scontato viaggio tra destini non propriamente normali e vite che cercano una illusoria e magari impossibile felicità

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