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nov 14 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

binoche(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end. “Lo sciacallo”, di Dan Gilroy. Nel cuore nero delle notti di Los Angeles, Lou – ex-ladruncolo ora armato di videocamera – insegue e immortala le disgrazie e i drammi altrui e poi rivende le immagini alle tv. Opera originale che va ben oltre la critica alla moderna ricerca dei mass-media per l’iconografia forte, per la cosiddetta “morte in diretta”. La bella pellicola si insinua, infatti, nel disgregato orizzonte valoriale di una metropoli vacua, infernale e intrisa di solitudine; Lou non è solo una sorta di “vampiro” ma è lo schiavo di una sottocultura che si amplia come una macchia rossa sull’asfalto della notte metropolitana. “Words and pictures”, di Fred Schepisi. Lo scrittore Jack ha perso la creatività e si divide fra insegnamento e alcol; nella scuola giunge Dina, insegnante d’arte, condannata e limitata da una malattia degenerativa. Tra i due è forte conflitto iniziale ma il loro rapporto si trasforma lentamente. Metafora sul cinema e sulla sua necessaria e magica simbiosi fra parole e immagini, il film di Schepisi, ben scritto, mette anche in luce il contrasto tra le diverse forme della sofferenza (fisica e psichica) dei due protagonisti fino a una sorta di elogio dei sentimenti e dell’amore che consentono di andare oltre le differenze l’alterità. “Interstellar”, di Christopher Nolan. I raccolti della terra vengono distrutti irrimediabilmente da una piaga; la scienziati cercano nuovi pianeti abitabili e l’ex-astronauta Cooper va in avanscoperta.  Film piuttosto audace di ottima forza narrativa e di originale tocco registico, tra montaggi paralleli, ellissi temporali, percorsi intrecciati e suspense. Conscio della lezione di Kubrick e di Spielberg, Nolan sconfina in territori meno battuti per spingere lo spettatore verso una dimensione filmica spaesante e seducente. “Torneranno i prati”, di Ermanno Olmi. Un anziano pastore ripercorre i labirinti della memoria fino ai giorni in trincea durante il primo conflitto mondiale. Il quotidiano orrore della guerra, nebbie, dolore, mortai, il freddo, la fame, la solitudine, il sangue e la morte. Film riuscitissimo di Olmi, una ballata dai toni malinconici, ben fotografata e contrappunatato da una evocativa colonna sonora. Un atto di causa contro tutte le guerre, una dedica alla memoria di tanti esseri umani mori inutilmente. “La spia”, di Anton Corbiin. In una Amburgo – che fu il quartier generale per pianificare l’attentato alle “Torri Gemelle” – l’agente segreto Bachman subisce le pressioni dei superiori e della Cia per incastrare il giovane Yssa, presunto terrorista ceceno. Buona e originale spy-story, più introspettiva che dinamica, tratta da Le Carrè, in cui primeggia il dolente corpo attoriale del compianto Seymour Hoffman: sgualcito nei vestiti e nell’animo, disincantato, malinconico, dedito all’alcol, ma onesto e in balia dell’eterno conflitto tra bene e male e dei relativi, discutibili sconfinamenti dei servizi segreti verso il lato oscuro.

“Ritorno a L’Avana”, di Laurent Cantet. Su una terrazza coloniale di l’Avana, cinque amici si ritrovano per salutare il ritorno di Amedeo, scrittore che ha perso l’ispirazione. Tra un tramonto e un’alba, quanto mai struggenti,il gruppo risale i labirinti della memoria. Tra le speranze di un sogno rivoluzionario ormai quasi infranto – e ampliato dalla caduta del regime sovietico che molto sosteneva l’isola – le melodie struggenti, le critiche al regime, le emozioni, le recriminazioni e i sentimenti, si dipana l’essenza del vivere in una magica unità spazio-temporale che dona al film una dimensione quasi teatrale. Ottimate interpretata, al pellicola è semplice ma intrisa di forza etica. “Class enemy”, di Rok Bicek. Sabina, studentessa slovena, si suicida senza motive apparenti;I compagni di classe incolpano il nuovo  insegnante di tedesco piuttosto rigido e severo; il clima diviene rovente. Riuscito lungometraggio d’esordio per Bicek. il film non è solo una metafora della società e dei suoi conflitti  con aula che si trasforma quasi in ring e dove nessun è veramente esente da colpe -  ma anche riflessione sui nuovi modelli  educativi. Ben scritto  e calibrato nel suo sviluppo. “Il giovane favoloso”, di Mario Martone. Tre bambini giocano dietro una siepe nel giardino di casa: sono i fratelli Leopardi e fra loro c’è Giacomo. E’ il punto di partenza da cui si dipana la vita e la dimensione umana del grande poeta secondo Martone. Film di notevole livello e ottimamente interpretato. La pellicola restituisce un Leopardi cagionevole, fragile, malinconico, si smisurata finezza intellettuale e di stupefacente ironia. Con un padre castrante, che diverrà la “natura ostile” di cui molto scriverà tra Recanati, Firenze e il Vesuvio. Opera intrisa di citazioni, sprazzi teatrali, fughe mentali e sconfinamenti verso un altrove “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. In poche parole: l’infinito. “The Judge”, di David Dobkin. Hank, avvocato di successo abile nel tenere lontani dal carcere molti criminali incalliti, torna nella città natale per la morte della madre. Il padre, un giudice tutto di un pezzo, viene accusato di un omicidio. Nonostante i dissapori lo difenderà in tribunale. Apparente film giudiziario che declina poi su versante del dramma familiare. Interpreti molto bravi per una pellicola dal buon ritmo, dai bei dialoghi e dalle ottime sequenze ma con qualche scivolata nel melodramma.

 

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