«

»

nov 07 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

prati foto(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end. “Interstellar”, di Christopher Nolan. I raccolti della terra vengono distrutti irrimediabilmente da una piaga; gli scienziati cercano nuovi pianeti abitabili e l’ex-astronauta Cooper va in avanscoperta.  Film piuttosto audace, di ottima forza narrativa e di originale tocco registico, tra montaggi paralleli, ellissi temporali, percorsi intrecciati e suspense. Conscio della lezione di Kubrick e di Spielberg, Nolan sconfina in territori meno battuti per spingere lo spettatore verso una dimensione filmica spaesante e seducente. “Torneranno i prati”, di Ermanno Olmi. Un anziano pastore ripercorre i labirinti della memoria fino ai giorni in trincea durante il primo conflitto mondiale. Il quotidiano orrore della guerra, nebbie, dolore, mortai, il freddo, la fame, la solitudine, il sangue e la morte. Film riuscitissimo di Olmi, una ballata dai toni malinconici, ben fotografata e contrappunatato da una evocativa colonna sonora. Un atto di causa contro tutte le guerre, una dedica alla memoria di tanti esseri umani mori inutilmente. “La spia”, di Anton Corbiin. In una Amburgo – che fu il quartier generale per pianificare l’attentato alle “Torri Gemelle” – l’agente segreto Bachman subisce le pressioni dei superiori e della Cia per incastrare il giovane Yssa, presunto terrorista ceceno. Buona e originale spy-story, più introspettiva che dinamica, tratta da Le Carrè, in cui primeggia il dolente corpo attoriale del compianto Seymour Hoffman: sgualcito nei vestiti e nell’animo, disincantato, malinconico, dedito all’alcol, ma onesto e in balia dell’eterno conflitto tra bene e male e dei relativi, discutibili sconfinamenti dei servizi segreti verso il lato oscuro. “Ritorno a L’Avana”, di Laurent Cantet. Su una terrazza coloniale di l’Avana, cinque amici si ritrovano per salutare il ritorno di Amedeo, scrittore che ha perso l’ispirazione. Tra un tramonto e un’alba, quanto mai struggenti,il gruppo risale i labirinti della memoria. Tra le speranze di un sogno rivoluzionario ormai quasi infranto – e ampliato dalla caduta del regime sovietico che molto sosteneva l’isola – le melodie struggenti, le critiche al regime, le emozioni, le recriminazioni e i sentimenti, si dipana l’essenza del vivere in una magica unità spazio-temporale che dona al film una dimensione quasi teatrale. Ottimate interpretata, al pellicola è semplice ma intrisa di forza etica. “Class enemy”, di Rok Bicek. Sabina, studentessa slovena, si suicida senza motive apparenti;I compagni di classe incolpano il nuovo  insegnante di tedesco piuttosto rigido e severo; il clima diviene rovente. Riuscito lungometraggio d’esordio per Bicek. il film non è solo una metafora della società e dei suoi conflitti  con aula che si trasforma quasi in ring e dove nessun è veramente esente da colpe -  ma anche riflessione sui nuovi modelli  educativi. Ben scritto  e calibrato nel suo sviluppo. “The Judge”, di David Dobkin. Hank, avvocato di successo abile nel tenere lontani dal carcere molti criminali incalliti, torna nella città natale per la morte della madre. Il padre, un giudice tutto di un pezzo, viene accusato di un omicidio. Nonostante i dissapori lo difenderà in tribunale. Apparente film giudiziario che declina poi su versante del dramma familiare. Interpreti molto bravi per una pellicola dal buon ritmo, dai bei dialoghi e dalle ottime sequenze ma con qualche scivolata nel melodramma. “Il giovane favoloso”, di Mario Martone. Tre bambini giocano dietro una siepe nel giardino di casa: sono i fratelli Leopardi e fra loro c’è Giacomo. E’ il punto di partenza da cui si dipana la vita e la dimensione umana del grande poeta secondo Martone. Film di notevole livello e ottimamente interpretato. La pellicola restituisce un Leopardi cagionevole, fragile, malinconico, si smisurata finezza intellettuale e di stupefacente ironia. Con un padre castrante, che diverrà la “natura ostile” di cui molto scriverà tra Recanati, Firenze e il Vesuvio. Opera intrisa di citazioni, sprazzi teatrali, fughe mentali e sconfinamenti verso un altrove “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. In poche parole: l’infinito. “Io sto con la sposa”, di A. Augugliano/G. Del Grande/K. Soliman Al Nassiry. Un regista, una giornalista e un poeta aiutano cinque migranti, sbarcati a Lampedusa, a raggiungere prima Milano e poi, in modo originale, fino al grande nord in Svezia, in una sorta di corteo nuziale. Una fiaba/documentario che si sviluppa lungo tremila chilometri, tra clandestinità e legalità, tra realtà e sogno, tra speranza e paura. Firmato a “sei mani”, il film, attuale ma non scontato, è coraggioso è diventa un inno – a tratti avventuroso ed euforico – alla solidarietà, alla mobilità dei popoli, alla libertà e ai diritti. “Il regno d’inverno”, di Nuri Bilge Ceyaln. Il ricco Aydin, ex teatrante, apre un suggestivo locale (scavato nella roccia) in un remoto e affascinante angolo della Cappadocia; nel molto tempo libero si dedica alle sue passioni intellettuali; un parabrezza infranto da un sasso rompe l’equilibrio quotidiano di quel mondo. Palma d’Oro a Cannes, il film – lungo ma non noioso – si snoda elegantemente, sorretto da ottime sceneggiatura e fotografia,  tra parole e paesaggi, interni e stati d’animo, in un clima molto checoviano, e nemmeno troppo lontano da Dostoevskij. Un intenso scandagliare nel profondo del lungo sonno che anticipa l’inverno della vita.

 

 

Switch to our mobile site