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set 05 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

mud(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end. “Mud”, di Jeff Nichols. Due quattordicenni, lungo il Mississipi, scoprono un’isola che ritengono deserta; in realtà è il nascondiglio di Mud, un ricercato in fuga; una barca su un albero potrebbe essere la sua salvezza. Riuscito film sul percorso di un’adolescenza che  valica il confine dell’innocenza per immergersi nella cruda dimensione adulta. Ben costruito, romantico e dolente, metaforico (la barca e la libertà), sembra anche una sorta di ballad (complice la colonna sonora) dell’America rurale, dai tempi lenti e immutevoli. Bravi gli attori.  “I nostri ragazzi”, di Ivano De Matteo. Attraverso le riprese di una telecamera nascosta, trasmesse da “Chi l’ha visto”, due fratelli – un avvocato e un chirurgo – scoprono che i rispettivi figli sono gli autori di un pestaggio ai danni di un senzatetto che finisce in coma. Altra bella sfida di De Matteo (dopo “Gli equilibristi”), giocata sul piano del degrado morale, di una società e di una gioventù consumata sui social network e incapace di provare empatia. Un invito a meditare più che una semplice denuncia. “One on one”, di Kim Ki-Duk. Una scolara, a Seul, viene uccisa selvaggiamente. Un gruppo inizia la caccia ai colpevoli, costringendoli sotto tortura a scrivere la confessione. Prova, un po’ meno riuscita, di uno dei più bravi registi d’oriente (“Primavera, estate, autunno, inverno e primavera ancora”. “La samaritana” e “Ferro 3”). Sempre propenso alla violenza come rappresentazione di un mondo in decadenza, visto con occhio nichilista e con un pessimismo disperato, il film scorre con qualche incertezza ma con cruda irruenza. “Il fuoco della vendetta”, di Scott Cooper. Ruseel, operaio metallurgico, conduce un’onesta  esistenza con la fidanzata; ma suo fratello Rodney – reduce dall’Iraq e anima inquieta e autodistruttiva, caduto nel giro della boxe clandestina – mette a soqquadro tutto. Film di alta intensità, ben fotografato e ambientato nelle desolanti periferie industriali, nichilista, pervaso da un opprimente senso di colpa fino a sfiorare una sorta di calvario. Colonna sonora che evoca le dimensione western (non nuove per il regista) donando atmosfere struggenti e malinconica. Bravi anche gli attori. “Under the skin”, di Jonathan Blazer. In Scozia, una misteriosa donna proveniente da un altro pianeta, si impossessa delle sembianze di una ragazza appena deceduta . Approfittando del suo sex-appeal e della sua affascinante bellezza inizia ad adescare uomini prendendosi poi le loro vite. Tratta dal romano di Michel Faber “Birth”, la pellicola si snoda come un “on the road” visionario e allucinante che segue il viaggio della serial-killer extraterrestre. Attraversando i temi complessi  del “doppio”, tra i paesaggi silenziosi delle Highlands,  cerca – forse mancando un po’ di spinta empatica – di trasmettere una visione altra del mondo e  dell’umanità  “Hercules”, di Brett Ratner . L’invincibile e mitico eroe dell’Attica, dopo le 12 fatiche, si mette al servizio di un sovrano per liberare la Tracia. Ispirato al comic book della Radical Comics, di Steve Moore, la pellicola – pur avendo una sceneggiatura un po’ debole e diversi limiti – è, per certi versi, sorprendente; soprattutto nel suo fluttuare in equilibrio tra realtà e mito, tra possibile e impossibile. Ben riuscito nei momenti d’azione, questo “Hercules” di ultima generazione riesce originalmente a giocare con la mitologia prima ancora di celebrarla. Perfetta la scelta del gigantesco Dwyane Jonhson per interpretare l’eroe. “Apes revolution – Il pianeta delle scimmie”, di Matt Reeves. L’umanità è stata quasi sterminata da un virus creato dall’uomo durante alcuni esperimenti sulle scimmie. Queste ultime vivono, guidate dal saggio Cesare, nella foresta; mentre i superstiti di San Francisco, in riserva di energia, devono rimettere in funzione una diga. Ma fra essi e la struttura c’è la terra dei nostri parenti primati. Lo scontro è inevitabile. Ennesima avventura, fra sequel e presequel,  della leggendaria saga – inaugurata nel 1968 da “Il pianeta delle scimmie”, diretto da Schaffner – “Apes revolution” si colloca temporalmente dopo “L’alba del pianeta delle scimmie” e il trittico di cortometraggi (“Before the dawn of the Planet Apes”). Affidato alla mano abile e accorta di Matt Reeves, il film attraversa diversi generi cinematografici e – supportato dagli effetti speciali (a cominciare dal fenomenale “motion  capture”) e dalle scenografie apocalittiche – declina nel versante di una notevole metafora sulla guerra e sulla paura della diversità. Incalzante nel ritmo e introspettiva nei momenti di rallentamento dell’azione (con uno scaltro indugiare sui primi piani) la pellicola si dipana con un grande respiro epico e lascia le porte aperte un successivo atteso seguito. “In ordine di sparizione”, di Hans Setter Moland: Norvegia, un ragazzo muore per un’apparente overdose, il padre è invece convinto che si tratti di un omicidio e inizia una pericolosa ricerca per vendicare il figlio. Il film è una notevole black comedy, a tinte noir e qualche incursione nel grottesco, ben equilibrata tra dialoghi e silenzi, tra il bianco inquietante delle terre scandinave e l’immobilità perenne, anche macabra e divertente e con ironici e allusivi omaggi a taluni autori di culto. Grandi interpreti, tra i quali spicca un inossidabile Bruno Ganz

 

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