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ago 22 2014

Week end al cinema: i consigli di Nichelino Città

ercole(Antonio Infuso). Diverse sale con ancora chiuse ma vediamo cosa offre la programmazione. “Hercules”, di Brett Ratner . L’invincibile e mitico eroe dell’Attica, dopo le 12 fatiche, si mette al servizio di un sovrano per liberare la Tracia. Ispirato al comic book della Radical Comics, di Steve Moore, la pellicola – pur avendo una sceneggiatura un po’ debole e diversi limiti – è, per certi versi, sorprendente; soprattutto nel suo fluttuare in equilibrio tra realtà e mito, tra possibile e impossibile. Ben riuscito nei momenti d’azione, questo “Hercules” di ultima generazione riesce originalmente a giocare con la mitologia prima ancora di celebrarla. Perfetta la scelta del gigantesco Dwyane Jonhson per interpretare l’eroe. “Apes revolution – Il pianeta delle scimmie”, di Matt Reeves. L’umanità è stata quasi sterminata da un virus creato dall’uomo durante alcuni esperimenti sulle scimmie. Queste ultime vivono, guidate dal saggio Cesare, nella foresta; mentre i superstiti di San Francisco, in riserva di energia, devono rimettere in funzione una diga. Ma fra essi e la struttura c’è la terra dei nostri parenti primati. Lo scontro è inevitabile. Ennesima avventura, fra sequel e presequel,  della leggendaria saga – inaugurata nel 1968 da “Il pianeta delle scimmie”, diretto da Schaffner – “Apes revolution” si colloca temporalmente dopo “L’alba del pianeta delle scimmie” e il trittico di cortometraggi (“Before the dawn of the Planet Apes”). Affidato alla mano abile e accorta di Matt Reeves, il film attraversa diversi generi cinematografici e – supportato dagli effetti speciali (a cominciare dal fenomenale “motion  capture”) e dalle scenografie apocalittiche – declina nel versante di una notevole metafora sulla guerra e sulla paura della diversità. Incalzante nel ritmo e introspettiva nei momenti di rallentamento dell’azione (con uno scaltro indugiare sui primi piani) la pellicola si dipana con un grande respiro epico e lascia le porte aperte un successivo atteso seguito. “Jersey Boys”, di Clint Eastwood. Da tempo non vi è dubbio: Eastwood è uno dei più grandi registi contemporanei. Non sbaglia più un colpo, consegnando sempre al pubblico una visione poetica e dolente, nostalgica e impietosa, romantica e realista, insomma vero cinema. E con la storia vera dei Four Seasons di Frank Valli (ripresa da un musical), dei quattro ragazzi  italo-americani del Jersey che scalano le classiche con il loro sound tipicamente sixties, conferma pure la sua passione per la musica (spesso Clint compone). Bello spaccato di un ambiente culturale e sociale; ottimi attori, tocco registico curato, attento e non invasivo. Ancora una volta, grazie, ex-ispettore Callaghan.  “Mai così vicini”, d Rob Reiner. In un condominio, si incontrano lo scorbutico Oren,  agente immobiliare che deve accudire la nipotina, e la sensibile Leah, vedova e cantante di nightclub; l’amore è in agguato. Firmata da Reiner, esperto del cinema romantico ma non melenso, la pellicola nella sua apparente semplicità e leggerezza riesce a farsi apprezzare e a regalare una piccola oasi. “Alabama Monroe”, di Felix von Groeningen: nelle Fiandre, una coppia di coniugi – lui musicista (suona il banjo) di “bluegrass”, lei dotata di un animo ribelle e con il corpo tatuato – assistono la figlioletta malata di cancro; inizia una risalita lungo i labirinti dei ricordi, ripercorrendo l’evolversi di una bella storia d’amore. Perennemente in bilico fra il dolore del presente e l’emozione del passato, la pellicola – atto d’amore anche nei confronti di una certa cultura musicale, cinematografica e hippy americana – sceglie il terreno del “melò” senza subirne totalmente i limiti. Ben interpretato  e colona sonora e di ottimo livello. “Grand Budapest Hotel”, di Wes Anderson:  in una repubblica immaginaria si snoda la vita di un direttore d’albergo, confessore e dispensatore di piaceri per molte attempate clienti; una questione di eredità complica la vita dell’uomo. Dedicato allo scrittore Stefan Zweig, il film conferma il talento, il gusto e la dimensione intellettuale di Anderson che – con i toni e modalità della commedia e con colori pastello – realizza un film dai forti rimandi, attento alle realtà sociale e capace di indurre riflessioni acute sul senso dell’arte e, perciò, della vita. “Lunchbox”, di Ritesh Batra: la giovane Ila, per risvegliare le attenzioni del marito, prepara un pranzetto speciale che, erroneamente, il servizio di consegne “Munbai” fa arrivare sulla scrivania di un uomo maturo e vedovo; nasce uno scambio epistolare e sentimentale. Opera d’esordio di Ritesh Batra, più propenso alla commedia che al mondo di Bollywood, la pellicola – apprezzata a Torino e Cannes – è piacevole e anche emozionante nel dipanarsi, delicato e improbabile, di una storia d’amore virtuale.

 

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