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ago 08 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino città”

apes(Antonio Infuso). Molte sale hanno chiuso o stanno per chiudere i battenti per le vacanze estive ma vediamo cosa c’è ancora programmazione “Apes revolution – Il pianeta delle scimmie”, di Matt Reeves. L’umanità è stata quasi sterminata da un virus creato dall’uomo durante alcuni esperimenti sulle scimmie. Queste ultime vivono, guidate dal saggio Cesare, nella foresta; mentre i superstiti di San Francisco, in riserva di energia, devono rimettere in funzione una diga. Ma fra essi e la struttura c’è la terra dei nostri parenti primati. Lo scontro è inevitabile. Ennesima avventura, fra sequel e presequel,  della leggendaria saga – inaugurata nel 1968 da “Il pianeta delle scimmie”, diretto da Schaffner – “Apes revolution” si colloca temporalmente dopo “L’alba del pianeta delle scimmie” e il trittico di cortometraggi (“Before the dawn of the Planet Apes”). Affidato alla mano abile e accorta di Matt Reeves, il film attraversa diversi generi cinematografici e – supportato dagli effetti speciali (a cominciare dal fenomenale “motion  capture”) e dalle scenografie apocalittiche – declina nel versante di una notevole metafora sulla guerra e sulla paura della diversità. Incalzante nel ritmo e introspettiva nei momenti di rallentamento dell’azione (con uno scaltro indugiare sui primi paini) la pellicola si dipana con un grande respiro epico e lascia le porte aperte un successivo atteso seguito. “Jersey Boys”, di Clint Eastwood. Da tempo non vi è dubbio: Eastwood è uno dei più grandi registi contemporanei. Non sbaglia più un colpo, consegnando sempre al pubblico una visione poetica e dolente, nostalgica e impietosa, romantica e realista, insomma vero cinema. E con la storia vera dei Four Seasons di Frank Valli (ripresa da un musical), dei quattro ragazzi  italo-americani del Jersey che scalano le classiche con il loro sound tipicamente sixties, conferma pure la sua passione per la musica (spesso Clint compone). Bello spaccato di un ambiente culturale e sociale; ottimi attori, tocco registico curato, attento e non invasivo. Ancora una volta, grazie, ex-ispettore Callaghan. “Transformers 4”, di Michael Bay. A qualche di distanza dall’ultima tremenda battaglia con i robot, un meccanico e sua figlia rincappano, tra il materiale di scarto in qualcosa che incuriosisce il governo: causerà il ritorno dei transformer. Diretta dall’occhio esperto di Bay (“Con air” “Pearl harbor”, “Bad Boy”) la pellicola punta da un lato sugli iperbolici  effetti speciali e dall’altra cerca di restituire una dimensione vagamente concettuale ed esistenziale agli eccessi tecnologici del futuro prossimo venturo. “La madre”, di Angelo Maresca. Don Paolo perde la testa, ricambiato, per una parrocchiana; la madre di lui, iperprotettiva, è disperata. Tratto da un romanzo di Grazia Deledda, il film si sviluppa come un vero e proprio melodramma, cupo, dolente e tormentato. Buon esordio per Maresca capace di restituire attraverso l’immagine la forza narrativa della Deledda. “Mai così vicini”, d Rob Reiner. In un condominio, si incontrano lo scorbutico Oren,  agente immobiliare che deve accudire la nipotina, e la sensibile Leah, vedova e cantante di nightclub; l’amore è in agguato. Firmata da Reiner, esperto del cinema romantico ma non melenso, la pellicola nella sua apparente semplicità e leggerezza riesce a farsi apprezzare e a regalare una piccola oasi.  “Quel che sapeva Maisie”, di Scott McGehee e David Siegel. La matura rock star Susanna e l’ex-marito Beale, carrierista uomo d’affari, si contendono la figlia Maisie che si trova bene solo con i rispettivi partner dei genitori. Tratto da un racconto di Henry James, il film è abilmente inserito in un accattivante ambientazione metropolitana; i toni da commedia e le vampate di realismo ne fanno una bella fotografia dei complicati intrecci famigliari contemporanei.   “In ordine di sparizione”, di Hans Setter Moland: Norvegia, un ragazzo muore per un’apparente overdose, il padre è invece convinto che si tratti di un omicidio e inizia una pericolosa ricerca per vendicare il figlio. Il film è una notevole black comedy, a tinte noir e qualche incursione nel grottesco, ben equilibrata tra dialoghi e silenzi, tra il bianco inquietante delle terre scandinave e l’immobilità perenne, anche macabra e divertente e con ironici e allusivi omaggi a taluni autori di culto. Grandi interpreti, tra i quali spicca un inossidabile Bruno Ganz. “Alabama Monroe”, di Felix von Groeningen: nelle Fiandre, una coppia di coniugi – lui musicista (suona il banjo) di “bluegrass”, lei dotata di un animo ribelle e con il corpo tatuato – assistono la figlioletta malata di cancro; inizia una risalita lungo i labirinti dei ricordi, ripercorrendo l’evolversi di una bella storia d’amore. Perennemente in bilico fra il dolore del presente e l’emozione del passato, la pellicola – atto d’amore anche nei confronti di una certa cultura musicale, cinematografica e hippy americana – sceglie il terreno del “melò” senza subirne totalmente i limiti. Ben interpretato  e colona sonora e di ottimo livello

 

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