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mag 30 2014

Week end al cinema: i consigli di Nichelino Città

sparzione(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino Città” per il weekend. “The edge of tomorrow – senza domani”, di Doug Liman: in un tempo futuro e imprecisato, gli alieni stanno per invadere la terra., il tenente Cage è inviato in Normandia per combattere i marziani, ma viene colpito a morte e si risveglia nel giorno prima, in una gabbia temporale, condannato a rivere sempre le stesse ventiquattro ore. Idea non nuovissima per un film che senza cadere  nello scontato e in una dimensione filosofica troppo complessa, riesce a sorprendere per il convulso ritmo, gli effetti, per talune soluzioni narrative e per gli accattivanti personaggi. “In ordine di sparizione”, di Hans Setter Moland: Norvegia, un ragazzo muore per un’apparente overdose, il padre è invece convinto che si tratti di un omicidio e inizia una pericolosa ricerca per vendicare il figlio. Il film è una notevole black comedy, a tinte noir e qualche incursione nel grottesco, ben equilibrata tra dialoghi e silenzi, tra il bianco inquietante delle terre scandinave e l’immobilità perenne, anche macabra e divertente e con ironici e allusivi omaggi a taluni autori di culto. Grandi interpreti, tra i quali spicca un inossidabile Bruno Ganz.  “Song of silence”, di Chen Zuo: Jing, giovane e sordomuta, e Mei, incinta, scafata e con sogni da rockstar, condividono per necessità la stessa abitazione. L’esperienza coatta le porta dalla forte ostilità e i contrasti iniziali, a un rapporto di solidarietà intenso; ma la vita riserva sempre sorprese. Ottima opera d’autore, censurata in Cina, il film è originale, intenso, pure pervaso da grazia e poesia e non estraneo a qualche incertezza estetica e simbolica (come il ricorrente pesce rosso morto). Musica e suoni aggiungono pathos. “X-Men – Giorni di un futuro passato”, di Bryan Singer: siamo in un cupo 2020, i Mutanti sono ridotti male e per, per trovare per trovare al salvezza, decidono di mandare in missione temporale, negli anni Settanta, il loro più forte membro: Wolverine. Settimo film della saga dedicata agli eroi Marvel, affidato alle esperte mani di Bryan Simger (regista dei primi due “X-men” e del notevole “I soliti sospetti”). Grande cast di attori, avventura, effetti, molte citazioni, strizzatine d’occhio alla fantascienza anni Settanta, qualche intoppo narrativo ma decisamente accattivante e godibile per i tanti amanti del genere. “Non dico altro”, di Nicole Holofcener: la massaggiatrice Eva e il corpulento Albert si incontrano a una festa, iniziano a legare ma poi la loro relazione si complica. E’ uno degli ultimi film di James Gandolfini, noto in tutto il mondo per il ruolo di Tony Soprano e scomparso un anno fa; l’attore italo-americano  ci lascia una interpretazione di altissimo livello, disegnando stupendamente un uomo sovrappeso, di mezza età, malinconico, divertente e timoroso di mettersi di nuovo in gioco; bella sceneggiatura, una regia attenta ai dettagli, intelligente, delicata e ironica nel raccontare una storia goffa e struggente, semplice e sincera. “Padre vostro”, di Vinko Bresan: in una piccola isola della Dalmazia non nascono più bambini; il parroco ha un idea: bucare i preservativi e metterli in commercio; arrivano tanti bambini e parecchie complicazioni. Muovendosi dai toni della commedia fino in prossimità della tragedia e creando una dimensione quasi surreale e straniante, il film è accattivante, provocatorio, dirompente,  “politicamente scorretto” (come dicono al giorno d’oggi)  nel denunciare le gravi e profonde contraddizioni della ex-Jugoslavia. “The German doctor”, di Lucia Puenzo: 1960, tra le terre sperdute d’Argentina, in una comunità tedesca, giunge uno straniero; la dodicenne Lilith ne è affascinata ma l’uomo è Mengele, l’angelo della morte, il medico che eseguì folli esperimenti sui deportati durante il nazismo. Attraverso la visione fantastica e ipnotica degli occhi di una bambina, l’intenso film della Puenzo narra soprattutto la capacità seduttiva del Male e la sublimazione del crimine, incuneandosi nell’oscurità dell’animo umano. Da vedere. “Alabama Monroe”, di Felix von Groeningen: nelle Fiandre, una coppia di coniugi – lui musicista (suona il banjo) di “bluegrass”, lei dotata di un animo ribelle e con il corpo tatuato – assistono la figlioletta malata di cancro; inizia una risalta lungo i labirinti dei ricordi, ripercorrendo l’evolversi di una bella storia d’amore. Perennemente in bilico fra il dolore del presente e l’emozione del passato, la pellicola – atto d’amore anche nei confronti di una certa cultura musicale, cinematografica e hippy americana – sceglie il terreno del “melò” senza subirne totalmente i limiti. Ben interpretato  e colona sonora e di ottimo livello. . “La sedia della felicità”, di Carlo Mazzacurati: i romani Dino e Bruna, tatuatore ed estetista nella Padania, cercano un tesoro in una sedia; anche un prete disperato è della partita. Film-testamento per Carlo Mazzacurati, ambientato in quel Nord-Ovest che lui seppe già disvelare con il bellissimo e dimenticato “Notte italiana”. Equivoci e colpi di scena  per una commedia-fiaba divertente, vitale un po’ pazza e rigeneratrice; con tanti attori-amici insieme a Carlo, un grande regista, una mancanza per il cinema italiano. “Storia di una ladra di libri”, di Brian Percival: l’adolescente Liesel, viene adottata da una coppia di coniugi, durante il periodo nazista; la ragazzina impara a leggere, si affeziona a un giovane ebreo, tenuto nascosto in cantina, e nei libri trova un mondo “altro”. Voce narrante un tantino ingombrante ma ironica, per un film – tratto un best seller di Markus Zusak – che a volte eccede nel manierismo ma che trova vigore nei contenuti e nelle interpretazioni. “Grand Budapest Hotel”, di Wes Anderson:  in una repubblica immaginaria si snoda la vita di un direttore d’albergo, confessore e dispensatore di piaceri per molte attempate clienti; una questione di eredità complica la vita dell’uomo. Dedicato allo scrittore Stefan Zweig, il film conferma il talento, il gusto e la dimensione intellettuale di Anderson che – con i toni e modalità della commedia e con colori pastello – realizza un film dai forti rimandi, attento alle realtà sociale e capace di indurre riflessioni acute sul senso dell’arte e, perciò, della vita.

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