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apr 11 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino città”

noah-(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino città” per il week end. “Noah”, di Darren Aronofsky:  il Diluvio Universale, un dei più celebri episodi della Genesi (per la verità scopiazzato, come molte altre vicende bibliche, da precedenti testi Sumeri) viene raccontato in chiave non sempre ortodossa e con echi ecologisti da Aronosfky (“L’Albero della vita”. “Il Cigno nero”); ne risulta una bella pellicola dai grandi momenti, intensi, talvolta deliranti e melodrammatici e supportati da un montaggio serrato e da ottimi interpreti. “Grand Budapest Hotel”, di Wes Anderson:  in una repubblica immaginaria si snoda la vita di un direttore d’albergo, confessore e dispensatore di piaceri per molte attempate clienti; una questione di eredità complica la vita dell’uomo. Dedicato allo scrittore Stefan Zweig, il film conferma il talento, il gusto e la dimensione intellettuale di Anderson che – con i toni e modalità della commedia e con colori pastello – realizza un film dai forti rimandi, attento alle realtà sociale e capace di indurre riflessioni acute sul senso dell’arte e, perciò, della vita. “Nynph()maniac vol. I”, di Lars Von Trier: esce il film-scandalo del grande Von Trier, uno dei più geniali e originali registi moderni ed elemento importante del movimento del “Dogma” scandinavo. Il film, diviso in due parti (la seconda uscirà a fine aprile), è stato tagliato di circa 90 minuti a causa della censura. Un uomo ospita a casa una donna ferita che gli racconterà la sua storia, dalla perdita della verginità alla compulsività sessuale. Tra De Sade e Nabokov, tra dramma e surreale, tra perversione e sentimento, Von Triers attraversa – senza troppi fronzoli – la dolente complessità dello scontro tra natura umana e morale, e del suo propellente vitale: il desiderio. Contrasto ben evidenziato dai passaggi tra colore e “bianco e nero”  e dalla colonna sonora che ondeggia da Mozart al rock metallaro. Diverrà un classico. “Father and son”, di Hirokazu Kore-eda: in un ospedale avviene uno scambio di neonati e di destini; una famiglia è benestante mentre l’altra è disagiata; la verità viene a galla sei anni dopo. Giocando sul versante paterno, il giapponese Kore-eda conferma il suo notevole talento artistico e, allo stesso tempo,  misurato attento e leggero. Il dilemma tra legami di sangue e affettività si snoda senza eccedere nel melodramma anche se con qualche indulgenza. Film bello, forse sopravvalutato, ma capace di proporre anche una stupenda riflessione sul scorrere del tempo, su ciò che costruisce e su ciò che distrugge. “Captain America – The Winter soldier”, di Anthony e Joy Russo: Steve Rogers – soldato e patriota (perfezionato in laboratorio), ideato dalla Marvel come emblema e difensore dei grandi valori americani – dopo la delusione e la fuga a vita anonima conseguente allo scandalo Watergate, ritorna sui fumetti e sullo schermo per proteggere il suo paese. Un bravo Robert Redford, nei panni di cattivo, trama grazie al supercontrollo tecnologico delle vite altrui. I temi della modernità (privacy, videosorveglianza, rete, ecc) pervadono un film di fantasy, di grande azione ed effetti, divertente e trascinante, con una strizzatina d’occhio allo stile anni ‘70 delle storie di spionaggio. “Storia di una ladra di libri”, di Brian Percival: l’adolescente Liesel, viene adottata da una coppia di coniugi, durante il periodo nazista; la ragazzina impara a leggere, si affeziona a un giovane ebreo, tenuto nascosto in cantina, e nei libri trova un mondo “altro”. Voce narrante un tantino ingombrante ma ironica, per un film – tratto un best seller di Markus Zusak – che a volte eccede nel manierismo ma che trova vigore nei contenuti e nelle interpretazioni. Lei”, di Spike Jonze: in una Los Angeles di un futuro prossimo venturo, dai bei colori e dallo struggente skyline, Theodore, in procinto di divorziare, scrive mail d’amore per conto terzi; parole belle, intense, malinconiche e romantiche; nel suo fluttuare dentro la rete cerca conforto al vuoto e al silenzio, finché non incappa in una voce virtuale femminile e perfetta. Idea non originale ma film veramente bello, poetico e toccante nel suo attraversamento del mal d’amore, della silenziosa infelicità e della disperata solitudine in un futuro dominato dalla dimensione virtuale e dai rapporti mediati. Ben oltre l’amore al tempo di internet, nella sua disarmante rappresentazione di un’umanità perduta e dolente, il film è ottimamente condotto, interpretato, sceneggiato e ambientato. “Allacciate le cinture”, di Ferzan Ozpetek: una barista leccese, un fidanzato ricco, un amico gay, l’amante di un’amica bello e razzista da cui la giovane donna è molto attratta; è il viaggio della vita per il quale occorre allacciarsi le cinture di sicurezza. Nel tipico stile di Oztepek che dondola dalla commedia fino al dramma, il film attraversa desideri e ossessioni, dolore e ironia. Interessante ma forse non l’opera migliore del noto regista.

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