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mar 28 2014

Week end al cinema: i consigli di Nichelino Città

ladra libri(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino città” per il week end. “Captain America – The Winter soldier”, di Anthony e Joy Russo: Steve Rogers – soldato e patriota (perfezionato in laboratorio), ideato dalla Marvel come emblema e difensore dei grandi valori americani – dopo la delusione e la fuga a vita anonima conseguenete allo scandalo Watergate, ritorna sui fumetti e sullo schermo per proteggere il suo paese. Un bravo Robert Redford, nei panni di cattivo, trama grazie al supercontrollo tecnologico delle vite altrui. I temi della modernità (privacy, videosorveglianza, rete, ecc) pervadono un film di fantasy, di grande azione ed effetti, divertente e trascinante, con una strizzatina d’occhio allo stile anni ‘70 delle storie di spionaggio. “Storia di una ladra di libri”, di Brian Percival: l’adolescente Liesel, viene adottata da una coppia di coniugi, durante il periodo nazista; la ragazzina impara a leggere, si affeziona a un giovane ebreo, tenuto nascosto in cantina, e nei libri trova un mondo “altro”. Voce narrante un tantino ingombrante ma ironica, per un film – tratto un best seller di Markus Zusak – che a volte eccede nel manierismo ma che trova vigore nei contenuti e nelle interpretazioni. “Noi 4”, di Francesco Bruni: nella capitale si seguono le vicende di una famiglia:  genitori (padre scultore e madre ingegnere) separati, i due figli; quattro individualità che si perdono, si ritrovano e si allontanano lungo il cadenzare di un’esistenza quotidiana e incerta, nello sfondo pulsante di una Roma affascinante e immersa nel caos. Seconda regia di Bruni (dopo “Scialla!”), il bel film conferma le capacità del regista nel tratteggiare l’Italia della modernità e gli italiani con un tocco apparentemente leggero ma, in realtà, profondo, stratificato, ironico, delicato e sensibile. “Non buttiamoci giù”, di Pascal Chaumeil: nella notte di Capodanno, quattro personaggi si incontrano in cima a un edificio londinese con lo stesso intento, suicidarsi lanciandosi nel vuoto; insieme decidono di posticipare la decisione a san Valentino ma… Tratto da un racconto di Nick Horby, il film – ben diretto e fotografato – prende il volo come  una black comedy, per poi scivolare verso territori più farseschi e melensi e strizzando l’occhio agli spettatori più sentimentali. “Lei”, di Spike Jonze: in una Los Angeles di un futuro prossimo venturo, dai bei colori e dallo struggente skyline, Theodore, in procinto di divorziare, scrive mail d’amore per conto terzi; parole belle, intense, malinconiche e romantiche; nel suo fluttuare dentro la rete cerca conforto al vuoto e al silenzio, finché non incappa in una voce virtuale femminile e perfetta. Idea non originale ma film veramente bello, poetico e toccante nel suo attraversamento del mal d’amore, della silenziosa infelicità e della disperata solitudine in un futuro dominato dalla dimensione virtuale e dai rapporti mediati. Ben oltre l’amore al tempo di internet, nella sua disarmante rappresentazione di un’umanità perduta e dolente, il film è ottimamente condotto, interpretato, sceneggiato e ambientato. “Ida”, di Pawel Pawlikowski: Polonia, Anna, giovane prossima a prendere i voti, si reca in città dalla zia Wanda, magistrato, feroce braccio stalinista in passato, elegante ma persa nei ricordi, nelle delusioni, nelle bevute e in amori consumati come i bicchieri di alcol; l‘incontro, in cui emergono anche verità nascoste, è sconvolgente per entrambe. Bianco e nero di assoluta bellezza, intenso, quasi perfetto, antiretorico e contrappuntato da note jazz e da Mozart; un notevole dramma intimo dove si scandagliano  psicologie e l’eterno conflitto fra fede e laicità. “Allacciate le cinture”, di Ferzan Ozpetek: una barista leccese, un fidanzato ricco, un amico gay, l’amante di un’amica bello e razzista da cui la giovane donna è molto attratta; è il viaggio della vita per il quale occorre allacciarsi le cinture di sicurezza. Nel tipico stile di Oztepek che dondola dalla commedia fino al dramma, il film attraversa desideri e ossessioni, dolore e ironia. Interessante ma forse non l’opera migliore del noto regista. “300 – L’alba di un impero”, di Noam Murro: sorta di seguito dei “300” di Leonida, diretto da Zyder e basato sul bellissimo fumetto del grande Frank Miller, il film evoca ancora la stagione della lunga guerra tra persiani e greci, con Temistocle che sconfigge la flotta di Serse e con belle figure femminili: la spartana Gorgo e la greca Artemisia. Ottima graphic-novel, con effetti, battaglie, violenza e spettacolarità. “Snowpiercer”, di Bong Joon-ho: terra, 2014, la temperatura del pianeta sta salendo alle stelle, gli scienziati decidono di provocare una grande glaciazione. Nel 2031, i sopravvissuti vivono in un treno rompighiaccio diviso in vagoni classisti: dai disperati ai privilegiati. Notevole prova del sudcoreano Jooh.ho (The Host, Mother) , con una pellicola ad alta tensione, emozionante, claustrofobica e fortemente metaforica. Uno dei migliori prodotti di fantascienza degli ultimi anni, ispirato al fumetto francese “Le transperneige”. “Il violinista del diavolo”, di Bernard Rose: avventura in chiave romanzata della vita da rock-star maledetta dell’epoca di Niccolò Paganini, fra gioco, sesso, droghe, eccessi e talento. Film non totalmente riuscito ma dove emerge la forza dirompente dell’interprete, David Garrett (violinista tedesco), capace di sedurre con la sua bellezza ambigua e le sue strepitose esecuzioni al violino. “Monuments men”, di George Clooney: durante il secondo conflitto mondiale, uno storico d’arte mette in piedi una squadra di avventurosi ed esperti con il compito di recuperare l’immenso patrimonio d’arte di cui si è impadronito il Terzo Reich; una collezione da distruggere in caso di sconfitta delle Germania. Un grido originale e, talvolta didascalico, in difesa dell’arte, dell’unico elemento capace di parlare una lingua universale; l’arte come via verso la salvezza in una pellicola che miscela spettacolo e riflessione con il sostegno di un ottimo cast. “12 anni schiavo”, di Steve McQueen: Stati Uniti, 1841, Solomon, uomo libero e musicista, viene drogato e messo in vendita come schiavo nei campi del Sud; inizia un incubo, lungo 12 anni, fatto di frustate, sofferenze e umiliazioni. Tratto da una storia vera, il film del bravo McQueen (“Hunger”e “Shame”) è un autentico un pugno nello stomaco, impietoso, drammatico, soffocante e claustrofobico; una dura rappresentazione del cuore nero dell’America, ancora oggi pieno di focolai di razzismo; una pellicola che si inserisce lungo il filone delle recente autocoscienza hollywoodiana che va da “Django” a “The butler”; convincente. “Sotto una buona stella”, di Carlo Verdone: l’uomo d’affari Federico convive con la giovane Gemma e, un giorno, si ritrova ad ospitare i due figli ventenni dopo la morte dell’ex moglie; nel frattempo arrivano i guai finanziari a causa di azioni incaute di un suo socio; con la consueta cifra stilistica – dondolante tra realtà e parodia, commedia e sofferenza, gioco e infelicità, macchietta e anarchia – Verdone attraversa il bestiario umano dell’Italia contemporanea, portando risate ma denunciando con toni anche cattivi e amari il malessere del nostro paese.  “A proposito di Davis”, di Joel e Ethan Coen: New York, 1961, al Gaslight Cafè, il giovane Leweyn, canta, poi vagabonda per l’America, il suo partner si suicida, si concede a diversi amanti, devasta la sua vita e annienta il suo talento senza trovare un senso all’esistenza,  I fratelli Coen, fra i migliori talenti registisci americani, ripercorrono la vita del grande David Van Ronk, il folk singer geniale, che non conobbe il vero successo ma che influenzò la musica americana a cominciare da Bob Dylan. Le atmosfere del Village, gli echi della Beat Generation per una riuscita commedia nera sul “falso movimento”, inquieta e giocata sui sottintesi e sulle sottrazioni: Film bello e notevole.  “Dallas buyers club”, di Jean Marc Vallée: in un’America essenzialmente proiettata a proteggere il profitto e gli interessi economici, anche delle aziende farmaceutiche, si segue la parabola del texano Ron, un duro, omofobo che contrae l’Aids a seguito di un rapporto non protetto; un viaggio drammatico lungo sette anni. Tratto da una storia vera, il film risale il tragitto esistenziale ed emotivo di un macho che si trasforma in un essere umano e in un malato combattivo. Notevole ambientazione, mai patetico, intenso e dolente, grandi interpreti.

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