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mag 08 2015

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

forza-maggiore(Antonio Infuso). Ecco le proposte cinematografiche di “Nichelino Città” per il week-end. “Leviathan”, di Andre Zvyagintsev. In un area rurale della Russia si consuma lo scontro tra Kolya, ex militare rude e deciso, e il corrotto sindaco che vuole accaparrarsi a prezzi stracciati le sue proprietà. Parabola umana che prende spunto da un testo biblico, il bel film di Zvyagintsev passa da un registro ironico a toni più desolati ai confini dell’umanità. Il male non è il demonio ma un certo potere politico. Bello, visionario e disperato. “Forza Maggiore”, di Ruben Ostund. Durante una vacanza sulle Alpi, una valanga mette a dura prova Thomas, al moglie Ebba e i figli: l’uomo fugge e abbandona la famiglia ma la cascata di neve si ferma. Nell’ambientazione e montana che apre varchi nella psiche umana, il talentuoso regista svedese affronta con approccio disincantato i temi della solidarietà, dell’eroismo e del sacrificio scalfiti dall’elemento più ovvio: l’istinto di sopravvivenza. Ne scaturisce una pellicola intelligente, provocatoria, anche ironica e scomoda. “Run all night – Una notte per sopravvivere”, di Jaume Collet-Serra. L’ex-killer Jimmy, conduce vita appartata in compagnia degli alcolici e con il passato che lo tormenta;  arriva l’occasione del riscatto: deve salvare la vita al figlio. Bel thriller dai toni cupi che si dipana tra sensi di colpa e redenzione, tra egoismo e valori etici, tra individualismo e famiglia. Molta azione e personaggi ben tratteggiati. “I bambini sanno”, di Walter Veltroni. I bambini e il loro sguardo sono stati tra i principali protagonisti della stagione neorealista. E Veltroni, con un doc-film decisamente ben fatto e interessante, interroga un quarantina di giovani , dai a i 18 anni, di differenti condizioni sociali e etnica. Il regista vuole vedere con i loro occhi. Emerge una visione del mondo tenera e dolorosa, divertente e triste, innocente e sconcertante. Alla fine i bambini sanno e vedono oltre la coltre i cui si perdono talvolta gli adulti. “Sarà il mio tipo”, di Lucas Belvaux. Clement, insegnante di filosofia e sentimentalmente volubile, viene trasferito da Parigi in piena provincia; in questa sorta di esilio, conosce Jennifer, una bella  parrucchiera entusiasta e spumeggiante. Ma la differenza culturale è troppo ampia. Bella commedia francese  in cui al di là dei luoghi comuni vengono messi in luce due mondi apparentemente vicini (una proletaria e un intellettuale di sinistra) ma in realtà molto lontani, al punto tale che i sentimenti e l’umanità rischiano di soccombere. “Mia madre”, di Nanni Moretti. La regista Margherita – separata e madre di un‘adolescente – mentre gira un film sulla “classe” operaia e battibecca con la star americana che fa parte del cast, deve seguire anche la madre ammalata insieme al fratello Giovanni. Dopo il solito periodo di silenzio, Moretti torna al cinema con un’opera sincera, stratificata, complessa e affascinante. Un film dove si mescolano la dimensione pubblica con quella privata; il tracollo sociale con il disagio di dolore anticipato per un lutto che verrà; il cinema con la vita; i risvolti onirici con i momenti cupi. Una sorta di manifesto sui tempi moderni. “Le vacanze del piccolo Nicolas”, di Laurent Tirard. Francia, anni ’70, dopo molte discussioni, la famiglia del piccolo Nicolas va in vacanza al mare; il ragazzino fa nuove conoscenze. Secondo capitolo della “saga” di Nicolas (il primo ha avuto un successo notevole al botteghino), il film è divertente, nostalgico, ironico e affettuoso nella sua visione “dal basso” del mondo degli adulti. “La famiglia Belier”, di Eric Laetigau. La sedicenne Paula vive in Normandia con la famiglia ed è l’unica dei Belier a non essere sordomuta: è il ponte di collegamento tra i parenti e il mondo esterno; un giorno scopre di possedere un talento incredibile come cantante. Pellicola a basso costo che è diventata un clamoroso successo in Francia. Una piacevole commedia in cui il tema della diversità e dell’identità adolescenziale è affrontato – complice una buona sceneggiatura – con umorismo, esuberanza, qualche lacrima, talune incertezze e tanta musica.  “L’ultimo lupo”, di Jean-Jacuqe Annaud. Nella Cina della rivoluzione culturale, il giovane Chen Zhen viene inviato in Mongolia a educarne le popolazioni nomadi. Si troverà ad affrontare e conoscere una cultura affascinante in cui i lupi hanno un ruolo essenziale. Tratto dal notevole libro autobiografico “Il Totem del lupo” (Jiang Rong), il bravo mestierante Annaud – non nuovo ai tuffi in culture esotiche – realizza una grande favola, rispettando le regole del cinema classico. Tra stupendi paesaggi e momenti di grande poeticità, il lupo diventa il “totem” di una cultura ben lontana dai propositi maoisti, assumendo valenza quasi antropomorfa e accrescendo il mito e il rispetto che gravitano intorno a questo magnifico predatore. “Una nuova amica”, di Francois Ozon. Le vite, intrecciate sin dall’infanzia, di Laura e Claire, entrambe sposate ma legate profondamente. I lutti e la trasformazione del marito di una di loro innescano particolare dinamiche. Film davvero personale e originale, costantemente in bilico tra commedia, melò e suspense. Il “mondo a parte” dei protagonisti è particolare ed è descritto e rappresentato in modo abile, sensibile e ironico. “Latin lover”, di Cristina Comencini. Il decennale della morte di un divo del cinema, diventa l’occasione, di altrettante donne. Notevole commedia, un marchio di fabbrica per la sempre brava Comencini, che si trasforma anche in elogio romantico e appassionato al nostro cinema e ai nostri miti di celluloide. Citazionista da un lato, mentre dall’altro si mostra capace, con il giusto tocco di leggerezza, di cogliere gli umori incerti e le scontrosità del clan di sole donne, talvolta soverchiate dall’ingombrante presenza del loro padre-marito latin-lover. “Timbuktu”, di Abderrahmhane Sissako. Dalle parti di Timbuktu, città in mano ai fondamentalisti islamici, vive il tuareg Fidane con la famiglia; una sua mucca sconfina e viene uccisa da un pescatore. Candidata all’Oscar come miglior pellicola straniera,  ”Timbuktu” è un’opera rigorosa che narra il dolore e la sofferenza di pacifiche popolazioni costrette a subire l’estremismo religioso. Un bel dramma poetico e amaro, realista e lirico e con una punta di humour.

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