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feb 28 2014

Week end al cinema: i consigli di Nichelino Città

 

(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino città” per il week end. “Snowpiercer”, di Bong Joon-ho: terra, 2014, la temperatura del pianeta sta salendo alle stelle, gli scienziati decidono di provocare una grande glaciazione. Nel 2031, i sopravvissuti vivono in un treno rompighiaccio diviso in vagoni classisti: dai disperati ai privilegiati. Notevole prova del sudcoreano Jooh.ho (The Host, Mother) , con una pellicola ad alta tensione, emozionante, claustrofobica e fortemente metaforica. Uno dei migliori prodotti di fantascienza degli ultimi anni, ispirato al fumetto francese “Le transperneige”. “Il violinista del diavolo”, di Bernard Rose: avventura in chiave romanzata della vita da rock-star maledetta dell’epoca di Niccolò Paganini, fra gioco, sesso, droghe, eccessi e talento. Film non totalmente riuscito ma dove emerge la forza dirompente dell’interprete, David Garrett (violinista tedesco), capace di sedurre con la sua bellezza ambigua e le sue strepitose esecuzioni al violino. “Monuments men”, di George Clooney: durante il secondo conflitto mondiale, uno storico d’arte mette in piedi una squadra di avventurosi ed esperti con il compito di recuperare l’immenso patrimonio d’arte di cui si è impadronito il Terzo Reich; una collezione da distruggere in caso di sconfitta delle Germania. Un grido originale e, talvolta didascalico, in difesa dell’arte, dell’unico elemento capace di parlare una lingua universale; l’arte come via verso la salvezza in una pellicola che miscela spettacolo e riflessione con il sostegno di un ottimo cast. “12 anni schiavo”, di Steve McQueen: Stati Uniti, 1841, Solomon, uomo libero e musicista, viene drogato e messo in vendita come schiavo nei campi del Sud; inizia un incubo, lungo 12 anni, fatto di frustate, sofferenze e umiliazioni. Tratto da una storia vera, il film del bravo McQueen (“Hunger”e “Shame”) è un autentico un pugno nello stomaco, impietoso, drammatico, soffocante e claustrofobico; una dura rappresentazione del cuore nero dell’America, ancora oggi pieno di focolai di razzismo; una pellicola che si inserisce lungo il filone delle recente autocoscienza hollywoodiana che va da “Django” a “The butler”; convincente e in lizza per molti premi. “Sotto una buona stella”, di Carlo Verdone: l’uomo d’affari Federico convive con la giovane Gemma e, un giorno, si ritrova ad ospitare i due figli ventenni dopo la morte dell’ex moglie; nel frattempo arrivano i guai finanziari a causa di azioni incaute di un suo socio; con la consueta cifra stilistica – dondolante tra realtà e parodia, commedia e sofferenza, gioco e infelicità, macchietta e anarchia – Verdone attraversa il bestiario umano dell’Italia contemporanea, portando risate ma denunciando con toni anche cattivi e amari il malessere del nostro paese.  “A proposito di Davis”, di Joel e Ethan Coen: New York, 1961, al Gaslight Cafè, il giovane Leweyn, canta, poi vagabonda per l’America, il suo partner si suicida, si concede a diversi amanti, devasta la sua vita e annienta il suo talento senza trovare un senso all’esistenza,  I fratelli Coen, fra i migliori talenti registisci americani, ripercorrono la vita del grande David Van Ronk, il folk singer geniale, che non conobbe il vero successo ma che influenzò la musica americana a cominciare da Bob Dylan. Le atmosfere del Village, gli echi della Beat Generation per una riuscita commedia nera sul “falso movimento”, inquieta e giocata sui sottintesi e sulle sottrazioni: Film bello e notevole.  “Dallas buyers club”, di Jean Marc Vallée: in un’America essenzialmente proiettata a proteggere il profitto e gli interessi economici, anche delle aziende farmaceutiche, si segue la parabola del texano Ron, un duro, omofobo che contrae l’Aids a seguito di un rapporto non protetto; un viaggio drammatico lungo sette anni. Tratto da una storia vera, il film risale il tragitto esistenziale ed emotivo di un macho che si trasforma in un essere umano e in un malato combattivo. Notevole ambientazione, mai patetico, intenso e dolente, grandi interpreti., candidato meritatamente a diversi Oscar. “The Wolf of Wall Street”, di Martin Scorsese: la storia vera di Jordan Belfort, un broker cocainomane e nevrotico nella New York degli anni Novanta che tenta la scalata finanziaria tra imbrogli, vizi, vuoto etico, eccessi; una vita in nome del denaro, dell’avidità e della brama di potere fino alla naturale devastante caduta. Il grande Martin Scorsese, messi da parte i grandi affreschi sui bravi ragazzi, su Little Italy e sulle bande newyorkesi, affronta il mondo dei  neo-yuppy e del Downtown, per contrappuntarne l’immondizia, la decadenza, la mancanza di orizzonti valoriali. Ne escono una bella commedia nera, grottesca e disperata. Attori bravi e ben diretti e bella fotografia. Molte polemiche in America ma in pole-postion per molti Oscar. “La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino: affresco dell’odierna dolce vita capitolina; giornalisti, prelati, politici, dame e intellettuali si incrociano in un’atmosfera decadente per la festa di compleanno di Jeb: a differenza dell’amara simpatia felliniana il bel film di Sorrentino risulta impietoso, stratificato, denso di nubi, tutto teso a tracciare i profili di personaggi apparenti e senza anima; grande, come sempre, la prova di Toni Servillo.

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