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feb 07 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

 

(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino città” per il week end. “A proposito di Davis”, di Joel e Ethan Coen: New York, 1961, al Gaslight Cafè, il giovane Leweyn, canta, poi vagabonda per l’America, il suo partner si suicida, si concede a diversi amanti, devasta la sua vita e annienta il suo talento senza trovare un senso all’esistenza,  I fratelli Coen, fra i migliori talenti registisci americani, ripercorrono la vita del grande David Van Ronk, il folk singer geniale, che non conobbe il vero successo ma che influenzò la musica americana a cominciare da Bob Dylan. Le atmosfere del Village, gli echi della Beat Generation per una riuscita commedia nera sul “falso movimento”, inquieta e giocata sui sottintesi e sulle sottrazioni: Film bello e notevole.  “All is lost –Tutto è perduto”, di J:c Chandor: un navigatore solitario, senza nome,e di poche parole che affronta gli mutevoli e tremendi del mare, le tempeste e che scrive una lettera d’addio, convinto, per un attimo, di essere giunto alla fine della su rotta. Interessante opera seconda per Chandor che, in modo essenziale senza fronzoli, ripercorre un tema caro anche a Hemingway, per farne, però, un convinto apologo sul coraggio e sulla perseveranza umana; opera di qualità e sostenuta da un bravo Robert Redford.  “Dallas buyers club”, di Jean Marc Vallée: in un’America essenzialmente proiettata a proteggere il profitto e gli interessi economici, anche delle aziende farmaceutiche, si segue la parabola del texano Ron, un duro, omofobo che contrae l’Aids a seguito di un rapporto non protetto; un viaggio drammatico lungo sette anni. Tratto da una storia vera, il film risale il tragitto esistenziale ed emotivo di un macho che si trasforma in un essere umano e in un malato combattivo. Notevole ambientazione, mai patetico, intenso e dolente, grandi interpreti., candidato meritatamente a diversi Oscar. “I segreti di Osage County”, di Johh Wells: in Oklahoma, una famiglia si riunisce a seguito del suicidio del vecchio capo-clan, un poeta dedito all’alcol; moglie malata di cancro, tre figlie e rispettivi compagni e prole; emergono conflitti. rancori e segreti. Affresco impietoso di un’America tra la provincia e il nulla, metafora del degrado sociale e umano, contrappuntato dalle note tristi e malinconiche del blues, ben diretto, con un cast di attori  eccezionale e con una nativa cheyenne su cui converge l’unico vero orizzonte valoriale. “La mia classe”, di Daniele Gaglianone: un attore/maestro insegna  in una classe di stranieri che mettono in scena se stessi; durante le riprese a uno di loro non viene rinnovato il permesso di soggiorno; dalla finzione cinematografica si passa alla realtà dell’esistenza, sotto gli occhi delle macchine da presa. Spaesante nel suo sconfinare fra cinema e vita vera, la pellicola offre spaccati di vissuto quotidiano senza mediazioni e si affida, sul lato opposto, alla grande prova attoriale di Valerio Mastrandrea; ne esce un’opera forse imperfetta ma accattivante, azzardata e diretta. “The Wolf of Wall Street”, di Martin Scorsese: la storia vera di Jordan Belfort, un broker cocainomane e nevrotico nella New York degli anni Novanta che tenta la scalata finanziaria tra imbrogli, vizi, vuoto etico, eccessi; una vita in nome del denaro, dell’avidità e della brama di potere fino alla naturale devastante caduta. Il grande Martin Scorsese, messi da parte i grandi affreschi sui bravi ragazzi, su Little Italy e sulle bande newyorkesi, affronta il mondo dei  neo-yuppy e del Downtown, per contrappuntarne l’immondizia, la decadenza, la mancanza di orizzonti valoriali. Ne escono una bella commedia nera, grottesca e disperata. Attori bravi e ben diretti e bella fotografia. Molte polemiche in America ma in pole-postion per molti Oscar. “Nebraska”, di Alexander Payne: l’anziano Woody , ormai annebbiato dalla  demenza, è convinto di aver vinto un premio milionario alla lotteria; intraprende un assurdo viaggio dal Montana al Nebraska accompagnato dal comprensivo figlio; frammenti di memoria emergono tra affetti e beghe famigliari. Bellissimo bianco e nero, per una commedia agro-dolce intensa, comica e drammatica, dove affiorano i contrasti tipici della famiglie e dell’infinita, romantica e tragica provincia americana; grande interpretazione di Bruce Dern; film possibile vincitore del prossimo Oscar.   “The Butler – un maggiordomo alla Casa Bianca”, di Lee Daniels:  bambino nei “campi di concentramento” delle piantagioni di cotone degli schiavisti del Sud, con la madre stuprata e impazzita e il padre ucciso dal padrone bianco, Cecil diviene il maggiordomo di diversi presidentI americani. Ben interpretato da un grande Forest Withaker, bella fotografia, per una pellicola in taluni momenti piuttosto riuscita ma che inciampa sovente sulla tipica retorica valoriale “made in Usa” e in riferimenti storici didascalici e ricostruzioni forzate. “Philomena”, di Stephen Frears: cattolicissima Irlanda, Philomena rimane incinta a 18 anni; abbandonata dalla famiglia, partorisce in un convento un bambino che le viene sottratto e dato in adozione; un giornalista, 50 anni dopo, decide di aiutarla a ritrovarlo. Tratto da una storia vera, ben calibrato, stupendamente interpretato da Judy Dench, il film si sviluppa con classe e in modo intenso, sapendo suscitare emozioni e senza perdere il tipico tocco humour inglese capace di far sorridere.

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