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gen 31 2014

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

 

(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici di “Nichelino città” per il week end. “Dallas buyers club”, di Jean Marc Vallée: in un’America essenzialmente proiettata a proteggere il profitto e gli interessi economici, anche delle aziende farmaceutiche, si segue la parabola del texano Ron, un duro, omofobo che contrae l’Aids a seguito di un rapporto non protetto; un viaggio drammatico lungo sette anni. Tratto da una storia vera, il film risale il tragitto esistenziale ed emotivo di un macho che si trasforma in un essere umano e in un malato combattivo. Notevole ambientazione, mai patetico, intenso e dolente, grandi interpreti., candidato meritatamente a diversi Oscar. “I segreti di Osage County”, di Johh Wells: in Oklahoma, una famiglia si riunisce a seguito del suicidio del vecchio capo-clan, un poeta dedito all’alcol; moglie malata di cancro, tre figlie e rispettivi compagni e prole; emergono conflitti. rancori e segreti. Affresco impietoso di un’America tra la provincia e il nulla, metafora del degrado sociale e umano, contrappuntato dalle note tristi e malinconiche del blues, ben diretto, con un cast di attori  eccezionale e con una nativa cheyenne su cui converge l’unico vero orizzonte valoriale. “La mia classe”, di Daniele Gaglianone: un attore/maestro insegna  in una classe di stranieri che mettono in scena se stessi; durante le riprese a uno di loro non viene rinnovato il permesso di soggiorno; dalla finzione cinematografica si passa alla realtà dell’esistenza, sotto gli occhi delle macchine da presa. Spaesante nel suo sconfinare fra cinema e vita vera, la pellicola offre spaccati di vissuto quotidiano senza mediazioni e si affida, sul lato opposto, alla grande prova attoriale di Valerio Mastrandrea; ne esce un’opera forse imperfetta ma accattivante, azzardata e diretta. “The Wolf of Wall Street”, di Martin Scorsese: la storia vera di Jordan Belfort, un broker cocainomane e nevrotico nella New York degli anni Novanta che tenta la scalata finanziaria tra imbrogli, vizi, vuoto etico, eccessi; una vita in nome del denaro, dell’avidità e della brama di potere fino alla naturale devastante caduta. Il grande Martin Scorsese, messi da parte i grandi affreschi sui bravi ragazzi, su Little Italy e sulle bande newyorkesi, affronta il mondo dei  neo-yuppy e del Downtown, per contrappuntarne l’immondizia, la decadenza, la mancanza di orizzonti valoriali. Ne escono una bella commedia nera, grottesca e disperata. Attori bravi e ben diretti e bella fotografia. Molte polemiche in America ma in pole-postion per molti Oscar. “Last Vegas”, di Jon Turteltaub: un quartetto di sessantenni si ritrova a Las Vegas per il matrimonio di un vecchio amico con una giovane donna; i palpiti di stagioni giovani ormai lontane e i desideri di avventura tornano a farsi sentire. Quattro grandi attori (Douglas, De Niro, Freeman e Kline) che offrono il meglio di sé stessi per trascinare gli spettatori oltre i confini di una decente commedia di intrattenimento. Riuscendovi in parte. “Nebraska”, di Alexander Payne: l’anziano Woody , ormai annebbiato dalla  demenza, è convinto di aver vinto un premio milionario alla lotteria; intraprende un assurdo viaggio dal Montana al Nebraska accompagnato dal comprensivo figlio; frammenti di memoria emergono tra affetti e beghe famigliari. Bellissimo bianco e nero, per una commedia agro-dolce intensa, comica e drammatica, dove affiorano i contrasti tipici della famiglie e dell’infinita, romantica e tragica provincia americana; grande interpretazione di Bruce Dern; film possibile vincitore del prossimo Oscar. “C’era una volta a New York”, di James Gray: 1921, la giovane polacca Ewa lascia l’Europa alla ricerca del sogno americano e della sorella bloccata dalla tisi a Ellis Island; incontrerà invece l’incubo di un’America selvaggia e senza scrupoli. Bel melodramma molto introspettivo e che strizza l’occhio alle grande tradizione cinematografica pur mantenendo una certa magica capacità di emozionare; ottime interpretazioni  “The Counselor”, di Ridley Scott: in Texas un avvocato e tre malavitosi vengono coinvolti nella sparizione di una partita di droga; ma il legale non è avvezzo a questo genere di avventure e le cose si metteranno molto male. Da una sceneggiatura originale di Cormack MacCarthy (uno dei più grandi scrittori contemporanei) e dalla mano sapiente di Ridley Scott scaturisce un film fitto di dialoghi, con ambientazioni interne notevoli, paesaggi magnifici e di un impatto visivo straripante; il cast è fenomenale (Cameron Diaz, Penelope Cruz, Brad Pitt, Michele Fassbender, Javier Bardem); pellicola perfetta esteticamente, ben riuscita ma con qualche lieve incertezza. “Anita B.”, di Roberto Faenza: Anita, ungherese sopravvissuta al camp di Auschwitz, tenta di ricostruirsi un’esistenza a Praga, insieme alla famiglia della zia. Faenza, con un buon film tratto da un libro di Edith Bruck (“Quanta stella c’è nel cielo”), si mostra ancora una volta ottimo direttore di attori, attento ai grandi temi e  capace di restituire tra il fiabesco e lo storico, il mondo dei vinti e il senso della speranza.   “The Butler – un maggiordomo alla Casa Bianca”, di Lee Daniels:  bambino nei “campi di concentramento” delle piantagioni di cotone degli schiavisti del Sud, con la madre stuprata e impazzita e il padre ucciso dal padrone bianco, Cecil diviene il maggiordomo di diversi presidentI americani. Ben interpretato da un grande Forest Withaker, bella fotografia, per una pellicola in taluni momenti piuttosto riuscita ma che inciampa sovente sulla tipica retorica valoriale “made in Usa” e in riferimenti storici didascalici e ricostruzioni forzate. “Disconnect”, di Henry Alex Rubin: un ex-poliziotto, un bulletto con falso profilo sui social network, un avvocato sempre al telefono, una produttrice televisiva che segue un caso di video hard con minorenni, una donna che cerca conforto on-line. Solitudine e disperazione di vite che si aggrappano alla virtualità delle nuove tecnologie fino a quando intrecci del destino e realtà irrompono. A tratti imperfetto ma ottimamente sceneggiato e intenso, il film si avvale di un buon cast e si mostra piuttosto attuale senza cadere nel banale. “Philomena”, di Stephen Frears: cattolicissima Irlanda, Philomena rimane incinta a 18 anni; abbandonata dalla famiglia, partorisce in un convento un bambino che le viene sottratto e dato in adozione; un giornalista, 50 anni dopo, decide di aiutarla a ritrovarlo. Tratto da una storia vera, ben calibrato, stupendamente interpretato da Judy Dench, il film si sviluppa con classe e in modo intenso, sapendo suscitare emozioni e senza perdere il tipico tocco humour inglese capace di far sorridere. “Still Life”, di Uberto Pasolini: schiacciato dalla ruotine di un lavoro da impiegato pubblico addetto alle esequie della persone che muoiono in solitudine, John May viene bruscamente licenziato, ma nell’ultimo caso accade qualcosa.  Da produttore a regista, Uberto Pasolini mostra un piglio, un’attenzione e un tocco quasi geniale nell’attraversare l’anima e il cuore di un uomo solitario, straniato dal mondo e continuamente a diretto contatto con chi esce di scena dal palcoscenico della vita. Un uomo a cui non manca, però, una componente di sensibile umanità. “Lunchbox”, di Ritesh Batra: la giovane Ila, per risvegliare le attenzioni del marito, prepara un pranzetto speciale che, erroneamente, il servizio di consegne “Munbai” fa arrivare sulla scrivania di un uomo maturo e vedovo; nasce uno scambio epistolare e sentimentale. Opera d’esordio di Ritesh Batra, più propenso alla commedia che al mondo di Bollywood, la pellicola – apprezzata a Torino e Cannes – è piacevole e anche emozionante nel dipanarsi, delicato e improbabile, di una storia d’amore virtuale.

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