«

»

nov 14 2013

Week end al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

 

(Antonio Infuso). Ecco i consigli cinematografici  di “Nichelino città” per il  freddo week-end che annuncerà l’inverno. “Venere in pelliccia”, di Roman Polansky. Il regista teatrale Thoms sta per mettere in scena un famoso testo di Masoch; arriva l’ostinata attricetta Vanda, per un provino dagli esiti imprevedibili. Polansky torna al “teatro nel cinema” con una rilettura bella, intrigante e dalle molte sfaccettature; densa di erotismo, ironia, compulsioni e perversioni che permeano il complicato equilibrio del rapporto dolore/piacere. Come sempre l’occhio di Polansky si illumina dell’ambiguità del vivere e del degrado e del lato oscuro che spesso si nasconde dietro l’apparente rispettabilità piccolo borghese. “Questione di tempo”, di Richard Curtis. Tim ha ereditato un dono unico dal patrimonio genetico della famiglia. Ha la capacità di poter viaggiare nel tempo e andrà alla ricerca di una fidanzata. I viaggi temporali non sono una novità al cinema e c’è sempre il rischio di inciampare in percorsi scontati. Seppur con qualche debolezza, il film di Curtis evita questo pericolo connotandosi come una sorta di romantic comedy dai toni brillanti e godibili  e con incastri narrativi ben riusciti, soprattutto nella prima parte. “Miss Violence” di Alexandros Avranas. Nel giorno del suo undicesimo compleanno una bambina si toglie la vita, lanciandosi da una finestra; la tragedia viene vissuta in nodo inquieto alla famiglia e lentamente emerge l’inferno di quel mondo. Premiato a Venezia (Leone d’Argento) il film radiografa con freddo distacco, e a volte eccessivo, lo smarrimento dei valori e degli affetti, ben nascosto dietro una patina perbenista. Pellicola interessante e imperfetta. “Giovane e bella”, di Francois Ozon. Nell’arco di quattro stagioni si svolge il percorso di formazione di Isabelle, diciassettenne che si affaccia sul mondo; dalla poco entusiasmante perdita delle verginità, alla doppia vita da studente e da escort, fino alla scoperta del suo segreto. L’innocenza rubata e una sensualità delicata e intensa per una pellicola dove Ozon esprime al meglio la sua cifra stilistica, con un approccio accorto e non invadente. Francoise Hardy, con le sue canzoni evocative, contrappunta i passaggi di un film decisamente riuscito. “La gabbia dorata”, di Diego Quamada-Diaz, valido assistente di Iarritu. Stone e Loach, e all’esordio registico. Tre  giovanissimi migranti del Guatemala, sui treni merci,  intendono abbandonare il nulla, attraversare il Rio Grande e inseguire il sogno americano; li attendono molti incontri non sempre piacevoli e ricchi di insidie. La vita resa in un dramma di finzione con l’archetipo cinematografico del road-movie, girato in super 16, ai confini del documentario. Film diretto con mano asciutta, essenziale e matura. “Prisoners”, di Denis Villeneuve. Un poliziotto caparbio e disilluso, due bambine rapite, un padre deciso a farsi giustizia, un presunto colpevole – disturbato mentalmente – sequestrato e torturato. Poliziesco ad alta intensità psicologica, tra pulsioni, sensi di colpa, vendetta e redenzione, con lo scardinamento del labile confine tra buoni e cattivi, e lo scontro tra caos e ordine etico. Imperfetto ma intenso, il film è ben anche interpretato.  “Blancanieves”, di Pablo Berger. Geniale rilettura della favola dei Grimm. Un torero finito in sedia a rotelle, una perfida e diabolica infermiera, un gruppo di circensi e Blancanieves. Ambientato in Andalusia, trasformato in dramma di amore e gelosia, girato in bianco e nero, sul crinale del melò americano, tra surrealismo ed espressionismo, cadenzato dalle atmosfere del flamenco e intriso di ardite citazioni, il film è decisamente riuscito, onirico, dark, magico e nostalgico. “Captain Phillips – Attacco in mare aperto”, di Paul Gerengrass. Il capitano Richard Phillips si offre come ostaggio, ai pirati somali, pur di salvare a asua nave e l’equipaggio. Tratto da un fatto vero, la pellicola ripercorre in modo realistico la vicenda; e senza eccedere nella spettacolirazzazione riesce a sottolineare la dimensione umana e la disperazione dei protagonisti.  “Un castello in Italia”, di Valeria Bruni Tedeschi. L’ex attrice e benestante Louise, amaramente ripiegata sulle occasioni mancate della vita, incontra il giovane Nathan; nel frattempo il fratello si ammala gravemente. Prova di maturità per la regista che, attraverso gli occhi di una single, scandaglia con ironia e toni agro-dolci il suo passato ingombrante tra dolore e comicità. “La vita di Adele”: di Abdellatif Bechiche. La giovane liceale Adele viene iniziata al sesso e alla femminilità dalla più esperta Emma, dai capelli blu; nasce una storia intensa e complessa . Palma d’Oro al Festival di Cannes, il film –  bello e notevole – si insinua tra le  due protagoniste: vitalità, sensualità, passioni, ripicche e debolezze; in altre  parole la vita e, come spesso accade, con la capacità di poter sopravvivere agli amori che non possiamo trattenere. “Oh boy – un caffè a Berlino”, di Jan Ole Gerster: Niko, persa la fidanzata e la paga mensile del padre, si immerge nelle strade di Berlino; incontri, caffè e un uomo che irrompe con il suo fardello. Bianco e nero per un film interessante, elegante, dai toni minimalisti, che molto deve alla “Nouvelle Vague”, ben ambientato e cadenzato da un colonna sonora jazzistica  che accentua la malinconia del protagonista. “Gloria”, di Sebastian Lelio,  A Santiago, una donna divorziata, due figli  ormai adulti, trascorre le notti nei locali da ballo, sperando di trovare la luce dell’amore; incontra Rodolfo. Premiato a Berlino, il film tratteggia il  ritratto di donna – già  matura ma con lampi adolescenziali –  con onestà e disarmante sensibilità. Intenso, giocato sulle sottrazioni, si sviluppa con naturalezza e grazia lungo i territori della vita. Ottima sceneggiatura, grande interpretazione di Paulina Garcia

Switch to our mobile site