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apr 27 2012

“Nichelino città” intervista Ascanio Celestini

I padri tradiscono le rivoluzioni dei loro figli e lo Stato che hanno contribuito a creare diventa più reazionario di quello che hanno combattuto. Così è successo nel Risorgimento, così accade ancora oggi. Questa è stata l’amara sintesi di “Pro Patria”, lo spettacolo di Ascanio Celestini, con il quale si è chiusa la stagione di prosa del teatro Superga. Un uomo dialoga in una cella di 4 mq con un ospite immaginario: Giuseppe Mazzini. Snocciola gli avvenimenti principali del Risorgimento, demistificando in parte alcune figure eroiche che “fecero l’Italia”. «Quando il detenuto racconta la patria parla di uno Stato trasformato in un grande tribunale e in una grande prigione – spiega Celestini – non si tratta di uno Stato “metà giardino e metà galera”, c’è più galera che giardino». Secondo l’attore romano «La galera è un luogo significativo, in cui lo Stato si dimostra per quello che realmente fa, cioè dividere i buoni dai cattivi e Mazzini ai giorni nostri sarebbe considerato un terrorista». E aggiunge: «Se facessimo incontrare Mazzini, Vittorio Emanuele e Garibaldi probabilmente si assalirebbero fra di loro: nulla a che vedere con l’immagine che passa dai libri di storia». Celestini ha portato in scena uno spettacolo dedicato all’Italia proprio in un momento di passaggio storico per la nostra nazione: «C’è da una parte la politica dei professionisti, quella che ci viene raccontata dai media. Dall’altra c’è quella della “polis”, la politica intesa come partecipazione dei cittadini, che è quella più interessante. Di esempi in Italia ne abbiamo, per esempio alcuni movimenti come il No Tav».

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