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dic 20 2013

Natale al cinema: i consigli di “Nichelino Città”

(Antonio Infuso). Per le lunghe feste natalizie, ecco i consigli cinematografici di “Nichelino città”. “Philomena”, di Stephen Frears: cattolicissima Irlanda, Philomena rimane incinta a 18 anni; abbandonata dalla famiglia, partorisce in un convento un bambino che le viene sottratto e dato in adozione; un giornalista, 50 anni dopo, decide di aiutarla a ritrovarlo. Tratto da una storia vera, ben calibrato, stupendamente interpretato da Judy Dench, il film si sviluppa con classe e in modo intenso, sapendo suscitare emozioni e sena perdere il tipico tocco humour inglese capace di far sorridere.  “I sogni segreti d Walter Mitty”, di Ben Stiller: un’archivista di Life sogna fantastiche  imprese per conquistare il cuore della collega di cui è innamorato; poi, la realtà assume toni avventurosi quando, per recuperare il negativo di una foto di copertina, inizia un inseguimento in varie luoghi del mondo. Liberamente ispirata da un racconto breve pubblicato sul “New Yorker”, al pellicola, piuttosto riuscita, mette in risalto il gusto registico di Stiller, la bravura di Sean Penn e una certa grazia nella scelta di veicolare la dimensione emotiva attraverso stupendi paesaggi. “Blue Jasmine”, di Woody Allen: a New York la ricca Jasmine si ritrova con il marito in galera per reati finanziari, il matrimonio fallito e la vita a pezzi; si rifugia a San Francisco dalla sorella adottiva Ginger, di ben altra dimensione umana, che convive con Chili, meccanico disprezzato da Jasmine. Omaggiando “Un tram che si chiama desiderio”, il grande Allen realizza il suo ennesimo capolavoro, ricco di sfumature, allusioni, ironia e cattiveria; dilagante nello svilupparsi in flashback e nel passaggio dalla commedia al dramma; film di classe e “classista”, notevolmente interpretato (a cominciare dalla Blachett) e che riconsegna al pubblico un Woody Allen in strepitoso spolvero. “Moliere in bicicletta”, di Philippe Le Guay: un bravo attore teatrale si ritira in Bretagna ma un suo vecchio amico, ora divo televisivo, gli propone di tornare in scena con “Il misantropo”; a loro si aggiunge, per la prove, una giovane attrice italiana. Ottima commedia. densa di stile ed eleganza, a tratti minimalista; imperniata sull’eterno gioco morale tra vita e finzione e supportata da una coppia di attori in ottima forma e ben inseriti nel ruolo. “Still Life”, di Uberto Pasolini: schiacciato dalla ruotine di un lavoro da impiegato pubblico addetto alle esequie della persone che muoiono in solitudine, John May viene bruscamente licenziato, ma nell’ultimo caso accade qualcosa.  Da produttore a regista, Uberto Pisolini mostra un piglio, un’attenzione e un tocco quasi geniale nell’attraversare l’anima e il cuore di un uomo solitario, straniato dal mondo e continuamente a diretto contatto con chi esce di scena dal palcoscenico della vita. Un uomo a cui non manca, però, una componente di sensibile umanità. “Dietro i candelabri”, di Steven Soderbergh: una star dello spettacolo, ottimo pianista, gay, appassionato di lustrini, pellicce e fondotinta, ingaggia un giovane per farne il suo collaboratore e amante. Una complessa storia d’amore viene restituita da Sodernergh, con una regia qualitativamente dosata, accorta capace di forzare il confine tra vita e spettacolo, tra gioa e dolore. Bravi gli interpreti, in particolare un istrionico, quasi irriconoscibile ma credibile Michael Douglas. “La mafia uccide solo d’estate”, di Pierfrancesco Diliberto (Pif): la vita di Arturo scorre, dall’infanzia all’età adulta, cadenzata dalle azioni criminali della mafia, dal delitto Cavataio fino agli attentati a Falcone e Borsellino. Opera d’esordio coraggiosa che chiama in causa il colpevole silenzio collettivo e che mette in contrapposizione le speranze di un giovane e una realtà che pare immutabile; sviluppandosi come una sorta racconto di formazione asciutto e poco indulgente e ricordandoci che ribellarsi è difficile ma possibile. “Hunger games – La ragazza di fuoco”, di Francis Lawrence: dopo la vittoria negli Hunger Games, Katniss torna a casa ma deve sottoporsi al pesante tour della vittoria; intanto nella nazione la ribellione sta montando. Seconda puntata della trilogia scritta da Suzanne Clolins, il film, forse meno riuscito del primo, mantiene comunque inalterati l’impatto, la forza visionaria e fumettistica e una sceneggiatura incalzante; brava Jennifer Lawrence. “Lunchbox”, di Ritesh Batra: la giovane Ila, per risvegliare le attenzioni del marito, prepara un pranzetto speciale che, erroneamente, il servizio di consegne “Munbai” fa arrivare sulla scrivania di un uomo maturo e vedovo; nasce uno scambio epistolare e sentimentale. Opera d’esordio di Ritesh Batra, più propenso alla commedia che al mondo di Bollywood, la pellicola – apprezzata a Torino e Cannes – è piacevole e anche emozionante nel dipanarsi, delicato e improbabile, di una storia d’amore virtuale. “Il passato”, di Asghar Farad. Ahamad, dopo quattro anni torna a Parigi per definire il divorzio con Marie che ora, con la figlia Lucie, convive con Samir, la cui moglie è in coma; l’incrocio di questi destini apre rimorsi, rancori e ricordi. Guardare avanti con la coscienza  asciutta, e non riscritta, del passato. Questo l’elemento centrale di un film intricato e intrigante, fitto di dialoghi, colmo di domande,  ben sceneggiato e diretto, ottimamente interpretato e supportato da una fotografia intensa e intimista. “Venere in pelliccia”, di Roman Polansky. Il regista teatrale Thoms sta per mettere in scena un famoso testo di Masoch; arriva l’ostinata attricetta Vanda, per un provino dagli esiti imprevedibili. Polansky torna al “teatro nel cinema” con una rilettura bella, intrigante e dalle molte sfaccettature; densa di erotismo, ironia, compulsioni e perversioni che permeano il complicato equilibrio del rapporto dolore/piacere. Come sempre l’occhio di Polansky si illumina dell’ambiguità del vivere, del degrado e del lato oscuro che spesso si nasconde dietro l’apparente rispettabilità piccolo borghese.

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